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  • 20160104 - I pericoli dell'economia 2016

Anno nuovo, problemi vecchi

I pericoli dell'economia 2016

Risparmi, aziende, prezzi e non solo. Ma la chiave dell'anno bisesto sono le esportazioni

di Enrico Cisnetto - 04 gennaio 2016

Conoscere i pericoli è la prima condizione per evitarli, pensarci ad inizio d’anno è ancora più saggio. Alcuni, tra quelli geopolitici (terrorismo internazionale, prezzo del petrolio, flussi migratori), finanziari (instabilità dei mercati o guerra monetaria) o istituzionali (l’Europa incompiuta, egemonizzata dalla Germania con cui l’Italia rischia perennemente lo scontro o la supplenza della Bce ai governi europei), sono risaputi. Altri sono meno noti, ma non meno esiziali. Provo ad indicarne cinque, tra quelli che l’Italia non deve sottovalutare.

Il primo. Dopo le polemiche sul “salva banche” c’è il pericolo che un problema che riguarda l’1% dei clienti di quattro istituti che detengono l’1% del totale dei depositi travolga l’intero sistema del credito. Durante la crisi, con la litania che le “nostre banche stanno bene”, a differenza degli altri, non abbiamo varato le opportune contromisure, a cominciare dalla bad bank, per poi ritrovarci con le banche che faticavano ad erogare credito all’economia reale. Per evitare che il problema si riproponga oggi, con 350 miliardi di prestiti deteriorati ancora sul groppone, più che il “tiro al banchiere” o ulteriori regole patrimoniali restrittive rispetto a quelle già urticanti dell’unione bancaria, servirebbe sostenere il sistema del credito, che in Italia finanzia per il 90% delle attività imprenditoriali.

 

Già, perché non possiamo dimenticare – e siamo al secondo pericolo da tenere d’occhio – che gli investimenti sono diminuiti del 30% da inizio crisi. Ora, è possibile che Bruxelles conceda 5 miliardi di flessibilità ai nostri conti pubblici, ma non saranno certo sufficienti a recuperare i 110 miliardi persi dal 2008. Oltretutto, anche nel 2015, in Italia gli investimenti sono cresciuti la metà della media europea. Per costruire la ripresa, infatti, le regole sono utili, ma i quattrini sono indispensabili. Insomma, per reggere il passo della competizione globale, occorre rendere molto più tecnologico il Paese, tanto i servizi pubblici e privati quanto le imprese. E qui siamo al terzo pericolo. Dimenticarci che siamo sì la seconda potenza industriale del Vecchio Continente, ma che negli anni della grande recessione abbiamo perso il 20% del potenziale produttivo e il 25% dell’output complessivo senza per questo aver risolto la patologica dicotomia del nostro apparato produttivo, per cui le aziende innovative altamente internazionalizzate sono solo il 21% del totale pur producendo l’81,6% del valore aggiunto. Il problema sistemico, dunque, è che fine fa l’altro 79%, incapace di accettare le sfide della competizione globale e vittima del crollo del mercato interno. Ma ecco il quarto problema: l’export rischia di non avere lo slancio degli anni passati, visto che i paesi emergenti, che negli ultimi 5 anni hanno rappresentato l’80% della crescita mondiale, stanno rallentando (la Russia è in recessione del 4%, il Brasile del 3,7% e la Cina, dopo decenni, scende sotto il +7%) e dunque il commercio internazionale sarà debole. Quinto e ultimo punto, la deflazione, che la Bce finora non è riuscita a frenare, anche per l’indifferenza dei governi.

 

Insomma, invece di contrapporre professioni di ottimismo immotivate a “gufismi” di inutile pessimismo, è sempre bene tenere i piedi per terra, guardare i numeri, cercare di evidenziare i pericoli. Il 2016 “bisesto” non necessariamente sarà “funesto”, ma di certo è pieno di rischi. E gli scongiuri non bastano. Buon anno. (twitter @ecisnetto)

 

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario