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  • 20151221 - La mossa della Fed e l'Europa a traino

La Federal Reserve alza i tassi d'interesse

Fed avanti, Bce a traino

Draghi non basta, senza un ministero del Tesoro Ue non c'è responsabilità politica

di Enrico Cisnetto - 20 dicembre 2015

C’è chi gioca d’anticipo e chi arriva sempre tardi. A dieci anni di distanza dall’ultima volta, la Federal Reserve è tornata ad alzare i tassi di interesse, facendolo con largo anticipo, quando l’inversione di tendenza dei prezzi non è ancora all’orizzonte. La decisione potrebbe sembrare un azzardo, ma la Fed, attraverso una strategia della “prevenzione”, ha prima limitato i danni del crack del 2008 e poi ha rilanciato l’economia americana. Invece, nonostante la maestria di Mario Draghi, per un vizio genetico dovuto all’assenza di un governo politico europeo, in questi anni la Bce è sempre stata costretta a rincorrere, incapace di mosse di questo genere. E, purtroppo, le differenze si vedono. La disoccupazione negli States è intorno al 5%, quella dell’eurozona è più del doppio (al 10,7%) e mentre il pil americano nel 2014 ha superato del 10,1% il livello pre-crisi, da noi è dello 0,9% inferiore, con il divario che continua ad aumentare, visto che negli ultimi tre anni il tasso medio di crescita a stelle e strisce è stato del 2,3%, mentre quello del Vecchio Continente di -0,1%.

Naturalmente, conta una maggiore tempestività nelle decisioni, per cui il Quantitative Easing d’Oltreoceano è partito nel 2009, e quello di Francoforte solo nel 2015. E pesa anche il fattore dimensioni, visto che il bilancio della Fed si è quintuplicato, passando dagli 870 miliardi di dollari del 2008 a 4.430 miliardi di settembre 2015, mentre la Bce continua a rimanere sulla quota di 60 miliardi di euro al mese, arrivando per adesso a 1440 miliardi complessivi. Ma, soprattutto, a fare la differenza è la questione del rapporto con mercati volubili, imprevedibili e instabili, che devono essere in qualche modo indirizzati. Con la sua decisione la Fed non sta solo cercando di evitare lo scoppio di una bolla dovuta all’enorme liquidità in circolazione (i derivati oggi sono pari a 9 volte l’ammontare del pil planetario, il 25% in più di quelli esistenti al momento della crisi del 2008), ma sta anche tentando di liberare i mercati dall’incertezza, dicendo a tutti che “è finita l’era dei tassi a zero, perché le condizioni economiche, e in particolare l’inflazione, miglioreranno a breve”. Certo, con una disoccupazione così bassa, è probabile che una competizione sempre più forte tra le imprese per aggiudicarsi gli ultimi lavoratori disponibili spinga i salari, e quindi costi e prezzi, verso l’alto. Ma di un po’ di inflazione non c’è traccia. E neppure di aspettative (che sono ferme all’1,2% dal 2013), come dimostra la bassa differenza tra il rendimento di un bond a cinque anni “normale” e quello “indicizzato all’inflazione”.

Insomma, nonostante il rallentamento dei paesi emergenti, le tensioni internazionali, l’enorme quantità di debito nel mondo (10 trilioni di dollari solo quello in valuta americana), la Fed ha compiuto una precisa scelta politica, anticipando e cercando di indirizzare i mercati. La Bce, invece, anche con l’implementazione del QE deciso il 4 dicembre scorso, non ha potuto che certificare a posteriori l’inefficacia della propria politica economica. Non è certo colpa di Draghi e nemmeno dei rigoristi che gli si oppongono, ma è proprio la mancanza di un ministero del Tesoro Ue che impedisce l’assunzione di ogni tipo di responsabilità politica. Un governo europeo che aspettiamo da tempo, ma che tarda ad arrivare, quasi fosse Godot. Speriamo nel bisesto 2016. (twitter @ecisnetto).

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