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La Bce aggiorna il QE

Draghi non basta

Non c'è "bazooka" della Bce che tenga senza strategie industriali e innovazione

di Enrico Cisnetto - 05 dicembre 2015

Non bisogna chiedersi se la Bce poteva fare di più, ma perché la politica monetaria europea è molto meno efficace nel rilanciare la crescita di quanto non sia quella americana. Giovedì la Bce ha aggiornato il QE. Il cosiddetto “bazooka” è stato prolungato di sei mesi, i tassi di deposito per le banche presso Francoforte ridotti di un decimo (portati da -0,2 a -0,3%), allargata la platea dei bond acquistabili e previsto il reinvestimento dei rendimenti. I mercati si aspettavano di più: così gli indici sono crollati e l’euro si è allontanato dalla parità con il dollaro. Ma, hanno ragione i mercati a chiedere l’aumento della quota di 60 miliardi di euro che ogni mese piovono sul sistema? Oppure, siamo in una situazione in cui non importa quanta liquidità ci sia a disposizione, perché “il cavallo non beve” comunque? A parte che gli indici finanziari non devono mai essere considerati degli oracoli, bisogna partire dall’assunto che alla politica monetaria ultraespansiva di Draghi non c’era e non c’è alternativa e, anzi, senza di essa una parte dell’Europa, tra cui l’Italia, sarebbe ancora in recessione e l’altra marcerebbe a “crescita zero” o poco più. Draghi salvato l’eurozona dalla dissoluzione durante la crisi dei debiti sovrani, e ha “comprato tempo” per dar modo ai governi di fare riforme che non hanno fatto, o hanno fatto poco, e per integrare maggiormente l’euroclub.

C’è però un aspetto in cui il “bazooka” di Draghi è risultato se non impotente, poco incisivo: non ha impresso velocità di cambiamento al capitalismo. Né avrebbe potuto farlo, senza i governi. Da sola, oltre a non poter far ripartire investimenti e consumi, nessuna politica monetaria può cambiare la struttura produttiva e il carattere del sistema produttivo. Ci vuole la politica economica e industriale. E non quelle nazionali – che in alcuni casi ci sono e in altri (Italia) no – ma una politica europea, unitaria e tesa a integrare i diversi capitalismi. Tutto questo è mancato e continua a mancare, e il vuoto si sta facendo gravido di conseguenze nefaste. Dunque, è la struttura stessa del capitalismo europeo che è incapace di sfruttare la liquidità a disposizione.

Si parla spesso di calo della domanda interna, della (s)fiducia dei consumatori e delle imprese, ma poco si dice sull’offerta, sulla tipologia della nostra manifattura e sulla qualità dei nostri servizi. Negli Stati Uniti la politica espansiva della Fed ha funzionato non solo perché è iniziata molto prima, ma soprattutto perché sono diversi il tessuto economico – innovazione permanente e servizi al top della modernità – e i rapporti tra finanza e impresa. Nell’area euro i prestiti alle aziende sono il 102% del pil, negli Usa solo il 47%, mentre non è dato di vedere molte Silicon Valley nel Vecchio Continente. E’ vero, a lungo le banche hanno concesso poco credito e ora hanno stringenti vincoli patrimoniali e regolamentari da rispettare, ma quel che manca di più sono progetti validi da finanziare e non è un caso che, ad ottobre, lo stock di credito delle banche alle imprese era di 16 miliardi inferiore rispetto a marzo, quando fu lanciato il QE. Insomma, abbiamo applicato una potente medicina ad un sistema in cui mancano strategie industriali, progetti di innovazione, investimenti in ricerca e sviluppo. Possiamo discettare a lungo quale sia la migliore politica monetaria possibile, ma senza un nuovo modello industriale, sarà inutile. (twitter @ecisnetto)

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