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Il debito di Hollande

Economia di guerra

Una vera politica espansiva non è a debito. E questo vale anche per la guerra di Hollande

di Enrico Cisnetto - 22 novembre 2015

Sbagliano coloro che in queste ore, essendo critici del Fiscal Compact Ue, si fregano le mani perché François Hollande ha deciso di far prevalere la sicurezza nazionale alla stabilità di bilancio. Nel dichiarare guerra – non si sa bene a chi, visto che non si può fare contro uno stato che non esiste, salvo legittimarlo in quanto tale – il presidente francese non ha invocato, come tutti si aspettavano, il Trattato Nato, bensì quello europeo di Lisbona, che fa riferimento alla guerra tra stati e non alla lotta al terrorismo. La differenza è sostanziale. Perché la sicurezza nazionale resta di esclusiva competenza di ciascuno Stato membro – addio possibilità di cogliere questa occasione per integrare militarmente l’Europa – e ora si apre uno scenario di “economia di guerra” dove i vincoli europei di bilancio, su cui si basa l’euroristema, sono archiviati per lasciare che deficit e debito diventino gli strumenti attraverso cui finanziare la guerra. In particolare, la Francia ha unilateralmente fatto sapere che non rispetterà la previsione del deficit al 3,3% nel 2016 ed al 3% nel 2017.

Gli stolti dicono: bene, abbiamo sempre detto che le regole europee sono stupide e questo cambiamento di scenario ci permetterà di liberarcene, di rendere il deficit nuovamente funzionale alle scelte della politica. Ma le cose non stanno così, un conto è mettere fine al principio della inderogabilità del pareggio di bilancio per avviare una politica per la crescita, favorendo investimenti in quelle tecnologie avanzate che oggi fanno la vera differenza competitiva, altro è dare gas senza limiti alla spesa pubblica per impegni militari. Magari per cifre di fronte alle quali la famosa flessibilità di cui la stessa Francia ha già usufruito e che abbiamo invocato anche noi italiani – per la quale Bruxelles ci ha rimandati agli esami di riparazione del prossimo anno – finirà per apparire una misera questua. Se si vuole un’Europa diversa, più integrata e maggiormente orientata allo sviluppo, le scelte di Hollande sono quello che non ci voleva.

Anche perché una vera politica espansiva non sta scritto da nessuna parte che debba essere fatta a debito, visto che quello europeo (la media Ue è oltre il 90% del pil, trenta punti in più della fatidica soglia del 60% sotto la quale tutti i paesi dovevano stare) è già un fardello più che pesante, come a ben spiegato a “Roma Incontra” l’economista keynesiano ed ex vicedirettore Bankitalia, Pierluigi Ciocca, ricordando a chi lo cita a sproposito che Keynes odiava il debito e non proponeva affatto di accrescerlo a dismisura.

La Bce di Draghi, surrogando i latitanti governi europei e l’inefficace Commissione Ue, ha scelto la strada della liquidità illimitata per sostenere la ripresa senza fare nuovo debito pubblico. E per di più utile a riportare il tasso d’inflazione verso la quota ideale del 2% e a ridurre il valore dell’euro nel cambio con il dollaro, per favorire le nostre esportazioni. Ma, come abbiamo sempre detto, Draghi ha solo “comprato tempo”, e se anche altro ne comprerà – come è tornato a promettere – non potrà certo essere per sempre. Anzi, il rischio è che la politica monetaria europea si riveli presto insufficiente, non perché sbagliata, ma in ragione del fatto che non riesce a passare il testimone alla politica economica, oggi in mano a gente come Hollande, il peggiore dei presidenti francesi da quando c’è la Republique. (twitter @ecisnetto.it)

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