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  • 20151116 - No investimenti, no ripresa!

Gli ultimi dati sul PIL

No investimenti, no ripresa!

La fiducia da sola non basta. Per "cambiar verso" servono consumi e investimenti pubblici

di Enrico Cisnetto - 15 novembre 2015

La fiducia è una bella cosa, ma senza investimenti – e dunque con la crescita dei consumi che non si traduce in pil perché favorisce solo le importazioni – non c’è ripresa che tenga. Nel terzo trimestre il pil italiano è cresciuto dello 0,2%, un decimo in meno delle previsioni, segnando un evidente rallentamento dopo il +0,3% del secondo e il +0,4% del primo trimestre. Il fieno già messo in cascina è +0,6%, ma senza un’improbabile exploit (+0,8%) nell’ultimo trimestre non si arriverà alla crescita dello 0,9% prevista dal governo, e tantomeno si raggiungerà e supererà l’1%, cosa che con eccesso di ottimismo Renzi, Visco e Squinzi hanno dato per possibile. Anzi, se la crescita nell’ultimo quarto dell’anno sarà pari alla media dei primi tre quarti (+0,3%), il risultato finale sarà quel modesto +0,7% che inizialmente era stato conteggiato nel Def, per poi essere aumentato. E se così non sarà, il rischio è che i parametri su debito e deficit previsti nella legge di Stabilità saltino. Non solo, questa frenata rischia di farci entrare nel 2016 con un acquisito non di otto decimi di punto, come sperato, ma della metà, rendendo improbabile raggiungere il +1,4% preventivato a fine 2016 e impossibile il +1,6% che qualcuno nelle settimane scorse aveva azzardato.

Di fronte al calo del commercio estero e alla crescente instabilità internazionale – i tragici fatti di Parigi si sommano alle sanzioni verso la Russia e al rallentamento degli emergenti – non bastano né provvedimenti giusti ma limitati, come il bonus del 140% per gli acquisti dei macchinari previsto dalla manovra finanziaria, né tantomeno le professioni di ottimismo. Servono – disperatamente – gli investimenti, a cominciare da quelli pubblici. Pur essendo il secondo Paese manifatturiero d’Europa, dal 2008 abbiamo perso il 25% della produzione industriale e, soprattutto, più di un terzo degli investimenti. Se non si torna a coltivare quello che ora è un deserto, sarà impossibile ripartire. Durante i governi Berlusconi gli investimenti pubblici erano intorno al 3% del pil, già inferiori al 3,5% precedente. Poi, con Monti, Letta e adesso Renzi siamo scesi dal 2,8% nel 2011 al 2,2% nel 2014, per calare sotto al 2% quest’anno. Durante questi tre governi le opere pubbliche a prezzi correnti sono calate del 20%: da 45 miliardi del 2011 a 36 nel 2014. Se ciò non fosse accaduto, come evidenzia giustamente Pierluigi Ciocca, ex di Bankitalia, il pil sarebbe di quasi 30 miliardi più alto, con deficit e debito più bassi.

Questa non è una crisi solo dal lato della domanda, per cui la ripresa può essere generata da un aumento dei consumi, ma soprattutto dal lato dell’offerta. Possiamo discutere dove trovare le risorse e quale sia il mix giusto tra pubblico e privato, ma solo rilanciando gli investimenti possiamo uscire dal declino. Usare i pur limitati margini di flessibilità concessi da Bruxelles per qualcosa di diverso è un grave errore. Anche perché, oltre alla fiducia dei consumatori, serve quella degli imprenditori. All’assemblea di Confindustria Verona il presidente Petrollo ha evidenziato un percorso ancora troppo frammentato in Italia per le necessità dell’industria. “Lasciateci liberi di investire”, ha detto. Perché senza investimenti non c’è nessun “cambio di verso” per l’Italia (twitter @ecisnetto)

 

 

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario