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9 miliardi per il Salva Regioni

La sanità allo Stato

Basta con il caos delle 20 sanità regionali. I conti non tornano e l'unica soluzione è l'accentramento

di Enrico Cisnetto - 08 novembre 2015

I 9 miliardi elargiti dallo Stato con il decreto “salva-Regioni” per ripianare i buchi della sanità decentrata sono solo un palliativo. Alla prossima manovra finanziaria, come ogni anno, le Regioni torneranno a batter cassa, ci sarà il solito tira-e-molla per poi mettere l’ennesima pezza. Il problema, più che nella politica quotidiana, affonda le sue radici strutturali nella Riforma del Titolo V, quando le competenze sulla sanità sono state trasferite dal centro alla periferia: un errore “fatale”, come ha giustamente affermato il ministro Lorenzin, da cui si esce solo con una radicale controriforma.

Prima del 2001, secondo l’Oms, l’Italia aveva la seconda sanità al mondo. Poi, la creazione di 20 sistemi sanitari diversi, oltre a complicare i processi decisionali e moltiplicare le procedure amministrative, ha aperto il campo a logiche clientelari, localistiche e opache nella gestione delle Asl – nomine, acquisti, appalti – con le uscite passate dai 71 miliardi del 2000 ai 111 attuali. Un aumento di 40 miliardi (quasi il 57%) giustificabile dal fatto che le Regioni gestiscono la sanità per il 60% con fondi non legati al loro prelievo fiscale, quindi senza doverne renderne conto. Ovviamente, dal 2000 i conseguenti trasferimenti statali sono saliti del 60%, con 17 miliardi di contributi a fondo perduto scomparsi nella voragine delle uscite regionali. Non solo: dal 2001 le spesa per invalidità è schizzata da 6 a 16 miliardi, gli invalidi civili aumentati di 1 milione in 10 anni e non sorprende, quindi, che l’Inps scopra una truffa ogni 4 accertamenti sulle pensioni di invalidità concesse proprio dalle Regioni.

Ma gli scandali ricorrenti o i 6,4 miliardi ufficialmente sperperati in corruzione (dato Ispe), che diventano 9,6 se si considerano anche gli sprechi, sono solo la punta dell’iceberg. E’ vero che il peso della spesa sanitaria sul pil è leggermente più basso della media Ocse (8,8% contro l’8,9%), ma perché vengono ridotte le prestazioni o la spesa farmaceutica (-3,2% in 4 anni), non razionalizzato il sistema. La propaganda del “portiamo il potere vicino al cittadino” non ha rappresentato solo la fine della divisione fra controllori e controllati, ha anche creato un contenzioso perenne e paralizzante tra Stato e Regioni (1500 conflitti costituzionali, uno ogni 3 giorni). Inoltre, con 20 sistemi sanitari diversi le imprese sono disincentivate ad investire perché trovano condizioni troppo eterogenee, e i pazienti vengono discriminati nelle prestazioni.

Quanto alle regioni, che finiscono con l’avere come loro unica ragione di esistenza la gestione della sanità, visto che pesa per l’80% del loro bilancio, senza un riaccentramento delle competenze sarà difficile ripianare i conti delle 8 in rosso (Piemonte, Lazio, Abruzzo, Campania, Molise, Sicilia, Calabria e Puglia). Allora, dobbiamo aspettare che siano commissariate anche le altre 12 o ha ragione la Lorenzin nel voler cancellare la regionalizzazione della sanità? I margini per i tagli lineari si stanno esaurendo, come dimostra il fatto che la spesa sanitaria sale, anche se meno del previsto. L’unica strada è restituire la sanità allo Stato, non certo andare a cercare gli sprechi con il microscopio o i tagli lineari. Su molti aspetti del nefasto federalismo all’amatriciana si sta facendo retromarcia. Serve una controriforma anche in ambito sanitario. Per poi ripensare le regioni stesse. (twitter @ecisnetto)

 

 

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