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  • 20151101 - Meglio la casa o il lavoro?

La Stabilità 2015

Meglio la casa o il lavoro?

L'abolizione della Tasi è scelta "politica". Ridurre le tasse sul lavoro sarebbe "economico".

di Enrico Cisnetto - 01 novembre 2015

Meglio detassare la casa o il lavoro? L’eterno dubbio amletico si ripresenta anche in questa manovra finanziaria. Da una parte, l’abolizione della Tasi sulla prima abitazione risponde a “valutazioni politiche” del premier, che per questo mette sul tavolo 3,6 miliardi ogni anno. Dall’altra, sono i numeri a dimostrare che, tagliando il cuneo fiscale, si ottengono effetti stabili e concreti. Infatti, gli sgravi contributivi previsti dalla manovra dello scorso anno sono serviti per assumere 1 milione e 200 mila persone a tempo indeterminato, 200 mila in più delle previsioni. Quelli in forma ridotta di quest’anno (-40% della decontribuzione per due anni), pur costando solo 1,6 miliardi in tre anni (434 milioni nel 2016, 589 nel 2017 e 584 nel 2018), dovrebbero valere un altro milione di posti di lavoro. Per questo Fmi e Ue spingono – come in passato molti attuali esponenti del governo – perché si renda stabile il taglio del cuneo fiscale, arrivato nel 2014 al 48,2%, quasi 5 punti in più della media Ue (43,4%). In pratica, per mille euro incassati da un dipendente, un’impresa ne versa quasi il doppio; non appena si abbassa questo divario, le aziende tornano ad assumere.

Al contrario, sulla prima casa quasi tutti gli altri paesi occidentali hanno qualche tipo di prelievo. Eppure gli italiani detengono immobili per un valore di circa 5600 miliardi, quasi 3,6 volte il pil (dati Bankitalia). Quel che manca nel nostro Paese, insomma, non è la ricchezza, ma la sua circolazione. Non è un caso che, anche in questi anni di crisi, pur diminuendo il reddito, siano aumentati i risparmi. Per rendere l’economia più vivace, più che tutelare la tipica parsimonia italica, sarebbe allora necessario aumentare il basso tasso di occupazione (10 punti sotto la media europea), in modo da garantire ai lavoratori, e ai giovani in particolare (il cui tasso di disoccupazione è stabilmente sopra il 40%), un minimo di prospettiva futura.

E’ vero che il settore dell’edilizia è crollato più di altri in questi anni, ma non è certo l’imposta sulla prima casa a determinarne l’andamento. L’80% degli italiani è già proprietario – e ha comprato con l’imposta esistente – mentre il restante 20%, anche ammesso che desideri acquistare e che possa permetterselo, dopo i costi di mutuo, notaio, agenzie e le tasse sulle compravendite, trova nella Tasi solo l’ultima delle preoccupazioni. Semmai è il mercato delle seconde e terze abitazioni a subire un forte contraccolpo, ma in questo caso il taglio deciso dal governo non influisce.

Ora, in Italia ci sono più famiglie proprietarie di casa di quelle con almeno un occupato (59%). Una politica fiscale lungimirante dovrebbe puntare ad innalzare il tasso di occupazione, che poi è uno dei principali fattori produttivi, non solo lisciare il pelo agli elettori. Tra l’altro, per l’Agenzia delle Entrate il quadro è chiaro: al netto degli esentati, il 30% dei più poveri paga il 10,9% della Tasi, mentre il 30% dei più ricchi versa il 54,9%. Se proprio si doveva operare un taglio alle tasse sugli immobili e per eliminare le attuali “iniquità distributive”, serviva un criterio più equo e non l’eliminazione tout court. Purtroppo la riforma del catasto è stata lasciata cadere dal governo ad un passo dal traguardo, quando al decreto attuativo mancava solo la firma. Evidentemente sulla casa c’è ancora bisogno di “più lavoro”. (twitter @ecisnetto)

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