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  • 20150923 - Un Senato a forma di tacchino

La riforme costituzionali

Un Senato a forma di tacchino

Una bagarre inutile e imbarazzante. Ecco perché la riforma passerà

di Massimo Pittarello - 23 settembre 2015

Al tacchino il Natale non piace, ma il Natale arriva comunque. Allo stesso modo, il Senato non gradisce la riforma del Senato. Se il ddl Boschi dovesse fallire, però, la legislatura potrebbe chiudersi anticipatamente e molti senatori andrebbero a casa (senza aver maturato la pensione). E allora si discute e si litiga, si aprono e si chiudono trattative, ma il governo avanza modalità panzer (come su Italicum, Jobs Act, Scuola, Pubblica Amministrazione). Anche perché, oltre alla maggioranza “classica”, ci sono 115 senatori non appartenenti ai 4 maggiori partiti che, non avendo garanzie sul futuro, hanno tutto l’interesse a far durare la legislatura. E infatti, “verdiniani”, “fittiani”, “tosiani”, ex grillini e qualcuno di Forza Italia potrebbero votare a favore.

Pur di combattere Renzi, la minoranza Pd vuole reintrodurre l’elettività diretta, modificando l’ormai celebre articolo 2 e quindi far ripartire dall’inizio l’iter della riforma. Altre mediazioni non interessano. Il premier, però, deve andare avanti per tutelare la propria immagine, garantirsi le clausole di flessibilità sul deficit, rendere efficace l’Italicum, annientare la minoranza dem. E non può certo tornare indietro. E alla fine, come prevedibile, quelli “de sinistra” abbassano la cresta.

Non avendo la maggioranza in Commissione, la discussione passa direttamente all’aula, dove la guerra comincia con una vittoria per Renzi, quando vengono respinte le pregiudiziali di costituzionalità con decine di voti di scarto, segno che in aula il consenso c’è. Restano 2800 emendamenti all’articolo 2 che possono essere dichiarati ammissibili solo dal presidente Grasso, tra l’altro in contrasto con la presidente della Commissione, Anna Finocchiaro, e con il governo. Uno scontro tra poteri il cui scopo, confida un senatore della minoranza dem, sarebbe un governo istituzionale guidato proprio da Grasso. “Non penserai che vogliamo andare al voto adesso?”, sibila, sarcastico e sornione.

In attesa della decisione di Grasso e, soprattutto, della direzione del Pd di lunedì, in aula si aprono i microfoni, e anche il cielo. “Qualcosa di oscuro sta compiendosi” per Endrizzi (M5s), che forse ha solo capito che sta arrivando l’inverno. Pagliaro ci tiene a ricordare che “noi del PD sul fascismo non prendiamo lezioni da nessuno”. Si attende replica di CasaPound. Il figliol prodigo Sandro Bondi si lancia in un’arringa da ex-neo compagno a sostegno della riforma Boschi. Bonsanti da del “tu” a Mattarella, come fosse amico suo, e in barba a Umberto Eco (copyright Bordin).

Grasso deve riprendere la senatrice Taverna “lei ha già gridato abbastanza”. Aracri, del partito di Berlusconi, conosce la materia: “il PC/PD dai soldi sovietici è finito nelle mani di un venditore di pentole”. Su una cosa, però, ha certamente ragione: “questo dibattito è un rito, le parti sono fatte e gli interventi di oggi non convinceranno la parte opposta”. Specialmente se sono quelli di Scilipoti, che regala un indimenticabile discorso a braccio: “è inutile parlare qui. Allora perché lo faccio? Perché il Parlamentare deve parlare..”. Favola. Calderoli, l’uomo del Porcellum, dice che la riforma è “un ritorno al fascismo”. Ma nessuno è esente, nemmeno Renzi. “La riforma del Senato è attesa da 70 anni”. Peccato che la Costituzione ne abbia 67, e quando è nata non aveva di questi problemi. Il senso della giornata forse lo trova Zavoli: “hanno tutti ragione contemporaneamente”.

In ogni caso, salvo sorprese, questi giorni convulsi saranno ricordati solo per una battaglia conservativa combattuta da una parte del Senato. Purtroppo, perché invece servirebbe un’evoluzione sul testo in merito a funzioni e competenze del futuro Senato, sul rapporto Stato-Regioni, sulle modalità di elezione del Presidente della Repubblica. La sintesi politologica e filosofica non poteva che venire “dalla voce del popolo”. Per Centinaio (Lega Nord) “a noi non ce ne frega niente delle riforme costituzionali”. Una chiara e limpida comunicazione in politica è fondamentale.

 

(twitter @gingerrosh)

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