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Per rilanciare la produzione inustriale

Ci vuole una bad bank

II governo non ceda alle pressioni Ue e parta con una società di gestione degli attivi deteriorati

di Enrico Cisnetto - 20 settembre 2015

Comincia a prendere forma la prossima legge di Stabilità, ma la sua vera formulazione dipende dall’esito delle trattive che il Governo ha avviato con Bruxelles. E dunque, par di capire, da cosa Renzi darà in cambio, sui temi più diversi che interessano ai suoi interlocutori (i tedeschi in particolare), per avere il massimo di flessibilità possibile sul deficit corrente. Nulla di scandaloso, così funzionano le relazioni internazionali. Mi permetto solo di suggerire che Roma eviti di cedere su un punto: la bad bank. A luglio è stato raggiunto il record dei crediti inesigibili in pancia alle banche, 197 miliardi (320 comprese le posizioni con garanzie), e se vogliamo che il sistema creditizio aiuti la ripresa non possiamo non risolvere il problema dei “non performing loans” (npl). Anzi, la “quasi” bad bank attualmente allo studio in un’innovativa versione tutta italiana potrebbe avere risvolti perfino migliori delle esperienze fatte in altri paesi europei. Per cui, partiremmo tardi, ma potremmo arrivare meglio. Purché si parta.

 

Antonio Patuelli, che guida l’Abi, è giustamente scettico sulla definizione di “bad bank”. Ma la tipologia “italiana” per questa società di gestione degli attivi deteriorati, evita la trappola, perché essa non agirebbe per “salvare” banche in crisi, ma per aiutare quelle solventi, che cederanno i crediti inesigibili su base volontaria e a prezzo di mercato. Insomma, non potendo accettare trasferimenti in perdita, che non sarebbero comunque obbligatori, il lancio di una Asset Management Company che acquistasse le sofferenze accumulate dalle banche, come ha spiegato il governatore Visco, avrebbe tutte le credenziali per superare il divieto Ue sugli aiuti di Stato, e consentirebbe di aumentare la trasparenza degli istituiti di credito e di migliorare la loro raccolta di capitale (imposta dalla Bce), oltre a dare l’avvio al mercato dei crediti cartolarizzati, pressoché scomparso dall’inizio della crisi.

 

La curva dei prestiti bancari vira verso l’alto dopo 37 mesi di flessione, segno che la recessione è finita, anche se solo fattori esogeni (petrolio, cambio, tassi, liquidità Bce). Ma, per evitare che torni, e anzi per far partire la ripresa, dobbiamo far ripartire tutta la produzione industriale (finora è scattata solo quella dell’auto) facilitando il trasferimento dei finanziamenti Bce all’economia reale. Abbiamo bisogno di investimenti e, considerato che l’85% è di origine bancaria, la montagna dei vecchi crediti inesigibili rallenta pesantemente ogni iniziativa. Ora, la riduzione dei tempi di recupero delle sofferenze e la deducibilità degli accantonamenti in un anno varati nel decreto fallimenti sono utili, ma senza un intervento strutturale non bastano. Anche perché la Bce ha alzato, sia pure provvisoriamente, dell’1% l’indice sul capitale, con il rischio che i nuovi requisiti patrimoniali rendano più difficili i prestiti.

 

Il ministro Padoan lo aveva detto: “finirà la crisi quando sarà risolto il problema delle sofferenze”. Dunque, anche se i mandarini di Bruxelles e i tedeschi mugugnano, teniamo duro. Anche perché, secondo Bankitalia, per salvare le banche in Europa dal 2008 sono stati spesi 800 miliardi. Di questi 250 in Germania, 60 in Spagna, 50 in Irlanda e Olanda, 40 in Grecia, pari all’8% del pil (e solo 330 sono stati recuperati), mentre in Italia 4 miliardi (per Mps), lo 0,3% del pil, restituiti integralmente. Dunque… (twitter @ecisnetto)

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