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  • 20150809 - Piano Ue per il territorio

Catastrofi e investimenti

Piano Ue per il territorio

Contro il dissesto idrogeologico serve un piano di investimenti europeo

di Enrico Cisnetto - 09 agosto 2015

A cinque giorni dall’ultima, ennesima tragedia – in Veneto, questa volta – il dissesto idrogeologico è già passato di moda, anche se già sappiamo, statisticamente, che altri disastri arriveranno. Naturalmente, non si tratta di inseguire la chimera del “rischio zero” o contrapporre “natura buona” e “uomo cattivo”, come spesso vediamo fare dal parolaio di turno, bensì di tutelare il nostro fragile territorio con azioni concrete che, oltre ad essere un dovere inderogabile verso l’ecosistema, rappresentano anche un fruttuoso investimento per la nostra economia.

 

Ora, proprio perché prevenire è meglio che curare (con interventi necessariamente tardivi e colpevolmente posticci), lo sblocco di 800 milioni annunciato dai ministri Galletti e Delrio per aprire subito 33 cantieri è una notizia positiva, ma non sufficiente. Non solo perché lo stanziamento dei fondi, l’inizio e la conclusione dei lavori sono tutti da verificare, ma soprattutto perché il “piano Stralcio”, anche nella sua totalità (1,6 miliardi per 133 opere), è minimale rispetto alla mole di interventi di cui l’Italia avrebbe bisogno. Senza dimenticare che dopo le alluvioni dello scorso autunno erano già stati promessi 7,3 miliardi, di cui non si è più avuta notizia. Senza polemica, ma questa strategia presenta almeno tre lacune. Primo: non supera la logica spot-emergenziale e gli interventi a macchia di leopardo. Secondo: anche quando i soldi ci sono, non è detto che siano usati, come testimonia il caso del Bisagno a Genova o la lunga gestazione, non ancora conclusa, dello stesso “piano Stralcio”. Terzo: la spesa pubblica italiana è subordinata agli stretti vincoli europei, con il rischio che ad essere tagliati per primi siano sempre gli investimenti (e quello di risistemare il territorio è un investimento, non una spesa corrente).

 

Ora, gli effetti del surriscaldamento globale sono un fenomeno risolvibile solo nel lungo periodo e con una strategia globale, ma non c’è dubbio che l’Italia subisca più degli altri paesi europei i danni da fenomeni atmosferici, sia per la sua morfologia, sia per l’eccessivo e scriteriato sfruttamento del suolo degli anni passati. Anzi, con il 68% delle frane europee che si verifica da noi, l’Italia dovrebbe spingere Bruxelles a varare un piano europeo federale con fondi comunitari o, quantomeno, a premere affinché vengano esclusi dal calcolo del deficit le spese che singoli paesi mettono a bilancio per la tutela del suolo. Si tratterebbe, insomma, di promuovere un piano di investimenti che, anche con il coinvolgimento dei privati, oltre a salvare vite umane, patrimonio ambientale, centri abitati e zone industriali, aiuti il rilancio della stagnante economia europea. Senza ignorare che questo “piano continentale” testimonierebbe, per la prima volta dopo la nascita dell’euro, l’unitarietà vera dell’Europa.

 

In attesa che l’Europa faccia l’Europa, però, l’Italia potrebbe introdurre un’assicurazione obbligatoria sui rischi catastrofali per le case, che costerebbe ai proprietari in media 1 euro al metro quadro ma che permetterebbe un risparmio di 3,5 miliardi l’anno: un conto che comunque pagano i contribuenti. Insomma, è vero: c’è il surriscaldamento globale, la fragilità del suolo, la cementificazione. Ma invece di attendere che, con il prossimo acquazzone, torni lo psicodramma collettivo della “bomba d’acqua”, almeno proviamo ad agire. Concretamente. (twitter @ecisnetto)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario