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Fardello ellenico

Come tagliare il debito greco

Ampia convergenza, ma opposte modalità. L'unica via è agire sugli interessi

di Enrico Cisnetto - 19 luglio 2015

Prima Atene, e vabbè. Ma poi anche Fmi, Commissione Ue, Francia, Regno Unito e Bce. Se dopo il sì di Atene al piano di riforme “concordato” con Bruxelles e il nuovo prestito ponte per far fronte all’emergenza, quasi tutti i creditori della Grecia chiedono riduzioni del debito ellenico, pur senza specificare come produrle, ci dovrà pur essere un motivo. Per adesso niente Grexit, ma è inutile cantare la vittoria di Merkel o la sconfitta di Tsipras, dividere l’Europa in buoni e cattivi, se non si vuole tornare al punto di partenza in poche settimane. Sulle lunghe trattative che hanno portato al salvataggio, infatti, ha pesato un rapporto dell’Fmi sulla (in)sostenibilità del debito di Atene, tre pagine colme di implicazioni tecniche e politiche. Per il Fondo, non certo una succursale della Brigata Kalimera, con un debito al 127% del pil ad inizio crisi, salito oggi al 175% e destinato a raggiungere il 200% nel prossimo biennio, nessun aiuto e nessuna austerità potrà mai cambiare il destino di Atene.

Bisogna tagliare il debito oggi, perché domani sarà troppo tardi. L’opinione dell’Fmi non deriva solo dal divieto statuario di prestare altri capitali a un paese con il debito oltre la soglia di “sostenibilità” (con il rischio che i 16,4 miliardi di aiuti promessi possano saltare) o dalla spinta dei paesi bisognosi a non sborsare altro denaro a degli europei, ricchi per definizione. La nuova posizione della Lagarde suppongo derivi da una (condivisibile) valutazione economica. L’economia greca è avvitata e i nuovi debiti del paese servono principalmente a ripagare i vecchi. Dei 226,7 miliardi ottenuti da Atene tra il 2010 e il 2012, circa 157 (quasi il 70%) sono serviti a onorare vecchie cambiali e interessi pregressi. Anche il prossimo da oltre 80 miliardi andrà a finire nei portafogli dei creditori per quasi il 60%. Il debito non è un male in assoluto, né una “colpa” (schulde, come dicono i tedeschi), ma diventa un problema solo se non si crea sufficiente ricchezza per ripagarlo. Pensare che la Grecia possa ridurre il proprio rapporto debito-pil agendo esclusivamente con la leva della crescita o dell’avanzo primario è una pia illusione. Tanto più che prima della vittoria di Syriza di gennaio, tutte le previsioni dicevano che il pil greco sarebbe cresciuto del 2,9% nel 2015, mentre adesso dovrebbe calare di almeno 3 punti. L’obiettivo scritto nell’accordo di salvataggio di conseguire il 3,5% di avanzo primario nel 2017, dunque, è pura fantasia. Ecco perché occorre un atto di coraggio.

Già, ma come? Le ipotesi dell’Fmi di un taglio secco del debito nominale o di trasferimenti netti degli altri paesi dell’eurozona sono già state rigettate. Per questo l’unica opzione praticabile è il non pagamento degli interessi (o un trentennale periodo di grazia) e il raddoppio dei termini di rimborso. Parigi e Londra concordano, perfino Berlino è disponibile. Senza dimenticare che gli Stati Uniti spingono con forza in tal senso, che pure Bruxelles riconosce la necessità di un riscadenzamento e che per Draghi è “necessario alleggerire il debito”. Insomma, la convergenza è ampia, tant’è che anche il duro Schaeuble, affermando che solo un “vero” taglio è escluso, apre a formule più morbide che, nel rispetto dell’articolo 122 del Trattato Ue, possano quantomeno rendere sostenibile il debito greco. Il tema non è se intervenire, ma come. (twitter @ecisnetto)

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