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I conti non tornano

Manovra da 20 mld dopo l'estate

Grexit, Consulta, spread e spending review: così la prossima legge di stabilità  rischia di lievitare

di Enrico Cisnetto - 12 luglio 2015

La base d’asta della prossima legge di Stabilità è di 20 miliardi, ma la cifra è destinata a salire. Infatti, anche nell’improbabile ipotesi che Atene ci restituisca qualcosa dei 43 miliardi che ci deve (3,7% del pil), dovremo comunque pagare il conto del rialzo dei tassi di interesse, visto che nell’ultimo Def il governo aveva stimato uno spread a 150 punti base per il 2015 e a 100 per l’anno prossimo. Se il differenziale con il bund nel 2016 dovesse attestarsi intorno alla media registrata nella settimana post referendum ellenico (160), nella prossima legge di bilancio bisognerebbe trovare altri 2 miliardi, che diventerebbero 4 se lo spread arrivasse a quota 200. È vero che nelle ultime ore lo spread tornato a scendere, ma la fiammata ci è comunque costata e nulla può far pensare che sia finita qui.

Insomma, una mina vagante dentro una polveriera. Infatti, anche senza le “tensioni destabilizzanti della Grecia” (Ignazio Visco dixit), ci sono molti altri buchi nei nostri conti, in primis quelli dovuti alle sentenze della Corte Costituzionale. La bocciatura della Robin Tax impone di trovare 700 milioni, cui si aggiungono i 500 necessari a coprire a regime la bocciatura del blocco delle pensioni della riforma Fornero (i 2,2 miliardi stanziati “una tantum” nel 2015 hanno fagocitato il “tesoretto” di primavera). La Consulta ha anche bocciato il blocco dei contratti del pubblico impiego, il cui ammontare dipenderà dalle trattative con i sindacati, ma che nel Def viene contabilizzato, con la conferma della Corte dei Conti, in 1,66 miliardi di euro (6,6 fino al 2018). L’ultima tegola è arrivata con l’incostituzionalità per 1200 promozioni di dirigenti dell’Agenzia delle Entrate. Se anche si risparmierà qualcosa sugli stipendi, con funzionari “provvisori” il numero degli accertamenti fiscali è calato in sei mesi da 150 mila a 69 mila. Di conseguenza, la già aleatoria previsione di recuperare 15 miliardi di evasione contenuta nel Def, diventa adesso impossibile. Anzi, il buco potrebbe essere tra i 6 e gli 8 miliardi, con il dimezzamento dell’obiettivo del governo.

Anche il progetto “spending review” non se la passa bene. I dieci miliardi di tagli di spesa previsti sono tutti da verificare, e l’Ufficio parlamentare di Bilancio ha espresso pesanti dubbi su un’operazione che dovrebbe valere lo 0,45% del pil nel 2016. Eppure, questa sarebbe la base di partenza per disinnescare le clausole di salvaguardia (aumenti di Iva e accise), pari a 17 miliardi nel 2016 e a 80,5 nel prossimo triennio. Se poi si aggiunge che Bruxelles ci concede 6,4 miliardi di flessibilità in cambio di riforme tutte da realizzare, che i 700 milioni attesi dalla volontary discolure sono una scommessa e che l’Europa ha bocciato il meccanismo della “reverse charge” (700 milioni), è facile capire come i buchi potrebbero diventare voragini. Anche perché tutte queste previsioni si basano su una crescita dello 0,7% nel 2015 e dell’1,4% nel 2016, ancora tutta da acquisire.

Nel Def il governo prevedeva una manovra di 20 miliardi, fatta di tagli di spesa e recupero dell’evasione. Malinconicamente, alla fine dell’estate, ci accorgeremo che ne serviranno molti di più. Sempre che le operazioni del governo e le riforme, che da sole valgono 6,4 miliardi, vadano a buon fine e che, soprattutto, i cugini greci restituiscano qualcosa. Altrimenti sai che in-Stabilità. Prepariamoci. (twitter @ecisnetto)

 

 

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