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Quanto l'immigrazione fa bene all'Italia

Più che un pericolo, una risorsa

Non c'è nessuna "emergenza immigrazione", ma un fenomeno globale che va gestito. Perché è un bene per tutti

di Enrico Cisnetto - 28 giugno 2015

Più che un pericolo, gli immigrati sono una risorsa. Lo dimostrano paesi come Stati Uniti, Australia o Francia, che sul fenomeno migratorio hanno costruito il proprio benessere economico presente e futuro, seguendo regole ferree e governando i flussi, ma rifuggendo gli isterismi. Diventano un problema quando, come nel nostro caso, non ci sono efficienti politiche di gestione dei flussi. Basti pensare che gli uffici preposti tedeschi hanno una produttività quattro volte superiore a quelli italiani, pur dovendo gestire arrivi tre volte superiori ai nostri.

Dunque ci dobbiamo attrezzare, perché siamo di fronte a numeri epocali. Nel 2013 si contavano 232 milioni di migranti, pari al 3,3% della popolazione mondiale, il 5% dei lavoratori. Non è con annunci di barricate o allarmismo sulla scabbia che si argina e controlla questa marea planetaria. Anche perché strumentalizzare non ci conviene: i 5 milioni di stranieri residenti nel nostro Paese, pur essendo l’8% della popolazione complessiva e con 1 milione di minori, producono 123 miliardi l’anno, pari all’8,8% del pil. I numeri contenuti nel “Dossier Immigrazione 2014” del Centro Studi Idos spiegano ancora meglio il contributo degli stranieri alla nostra economia. Allo Stato versano più di quanto ricevono, con un beneficio per l’erario contabilizzato tra 4 e 4,8 miliardi (a seconda del tipo di calcolo che si fa). Anche l’incidenza della spesa pubblica per l’immigrazione su quella complessiva appare irrisoria: tra lo 0,35% e l’1,56%.

Senza contare che, essendo mediamente molto più giovani degli italiani (31,2 contro 44,2 l’età media), gli immigrati sono una benedizione per l’Inps. Nel 2012 hanno versato 8,9 miliardi di contributi previdenziali, mentre la voce per i nati all’estero segna uscite per 2,5 miliardi sui 211,7 complessivi. Ovvio, visto che solamente 100 mila stranieri hanno più di 65 anni. La loro presenza “giovane”, inoltre, mitiga il nostro declino demografico, e ravviva l’economia: tra il 2011 e il 2013 le imprese degli stranieri sono cresciute del 9,5% (quelle italiane -1,5%), arrivando a quasi mezzo milione (l’8,2% del totale). Infine, hanno una propensione al consumo doppia della nostra (dati Bankitalia), mentre pesano meno sulla spesa per i farmaci (2,6% del totale per l’Istituto Superiore di Sanità) e sui costi della sanità (il 3,3% per l’Agenzia sanitaria nazionale).

Insomma, se non si confondono i rifugiati con i normali migranti, gli sbarchi con gli arrivi tradizionali, non c’è nessuna “emergenza immigrazione”, come dimostra il fatto che dal 2007 al 2011, il numero di nuovi arrivi sia sceso del 44% (Ocse), e ancora del 9,1% nel 2012 e del 12,3% nel 2013. Si possono discutere le strategie migliori, ma la utilità economica dell’immigrazione è incontestabile. Dunque, se ci si ritrova con i cadaveri in mare o i disperati nelle stazioni è perché non si è capaci di governare il fenomeno. Siamo di fronte ad un processo mondiale che non possiamo fermare, e quindi che dobbiamo gestire. Se la Francia, con esperienza molto più lunga della nostra e milioni di cittadini di terza e quarta generazione, chiude la frontiera a Ventimiglia, da noi non può passare l’idea buonista che si può far entrare chiunque. Ma solo quella per cui, se tu hai bisogno di lavorare e noi di lavoratori, facciamo un patto, lo rispettiamo entrambi e magari poi diventiamo anche concittadini. (twitter @ecisnetto)

(articolo pubblicato da Messaggero, Gazzettino e Sicilia)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario