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Il debito di Tsipras

Grecia fallita, ma ll'euro

Default ma senza uscita dall’euro: unico compromesso tra rigore e speculazione 

di Enrico Cisnetto - 07 giugno 2015

Il negoziato tra la Grecia e i suoi creditori internazionali si è nuovamente arenato, prendendo atto che la distanza tra la proposta presentata da Atene e quella con le richieste del trio Ue-Fmi-Bce è ancora troppa per poter trovare un compromesso. Ma questa è solo l’apparenza. In realtà, ciò che osta è il fatto che la Grecia non è materialmente in grado di onorare gli impegni. Si tratta di una verità lampante, di cui tutti sono a conoscenza, ma che finora è stata tenuta nascosta, in attesa non che il governo greco tirasse fuori un coniglio da un cilindro che neppure possiede, bensì che si risolvesse il doppio dilemma cui i creditori, e in particolare la Germania, non riescono a dare soluzione: la facciamo fallire sì o no? E se la si obbliga a dichiararsi insolvente, l’uscita dall’euro sarebbe automatica e inevitabile, o in qualche modo default e moneta unica sono compatibili? La risposta a queste due domande, tanto semplici quanto brutali, non arriva perché è in corso da tempo un braccio di ferro, che taglia trasversalmente non solo la Ue ma anche la stessa Germania – dove le opinioni del ministro Schauble e della cancelliera Merkel sono notoriamente diverse – e la Bce, dentro la quale la Bundesbank esprime con reiterati voti contrari alla scelte di Draghi la linea dell’intransigenza.

 

Le due tesi che si confrontano sono riconducibili allo schema: ci costa di più non far pagare alla Grecia il prezzo dei suoi errori, con il rischio che anche altri paesi si sentano legittimati a fare nuovo deficit e debito (falchi), o viceversa ci costa maggiormente la pressione speculativa che i mercati sicuramente innescherebbero avendo l’uscita di Atene dall’euroclub sancito che l’euro non è più una scelta irrevocabile (colombe)? La mia impressione è che nel breve si concederà a Tsipras di accorpare i quattro pagamenti di giugno in un’unica scadenza di 1,6 miliardi il 30 giugno, come ha chiesto. Ma in quel momento, quando si dovrà prendere atto che i soldi non ci sono, si procederà a dichiarare la Grecia insolvente. Questione di giorni, insomma. Tuttavia, alla fine si sceglierà la strada del default senza uscita dall’euro, vero punto di compromesso tra le divergenti opinioni che sono in campo. In questo modo il capo della Bundesbank, Jens Weidmann, troverebbe soddisfatto il principio di responsabilità cui (giustamente) tiene e che secondo lui non può operare all’interno dell’euroclub finché l’unione monetaria non mostri di saper “digerire” il default di uno dei suoi membri. Ma nello stesso tempo si potrebbe evitare di offrire ai mercati l’estro per dissotterrare l’ascia di guerra che nel 2011 portò gli spread ai massimi.

Si tratta di un accomodamento che tutto sommato all’Italia potrebbe andar bene, perché se è vero che il default ci penalizza in quanto creditori (diretti e come terzo contributore dei fondi europei che hanno in pancia il 60% dei 330 miliardi di debito greco), è altrettanto vero che il primo paese che entrerebbe nel mirino della speculazione se i mercati registrassero la reversibilità dell’euro sarebbe proprio il nostro, con molto più danno. Ed è bene stare al riparo, con l’aria che tira: il fatto che l’Italia sia stata esclusa dal vertice europeo sulla situazione greca, che ha visto coinvolti i capi dei governi francese e tedesco assieme ai vertici di Bce e Fmi, la dice lunga su quale solidarietà ci sarebbe concessa in caso di attacco speculativo. (twitter @ecisnetto)

 

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