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Pensioni ed equità

Riformare la Fornero

Bene aprire alla flessibilità, ma passando totalmente dal retributivo al contributivo

di Enrico Cisnetto - 25 maggio 2015

Lasciare il lavoro anticipatamente in cambio di una pensione più bassa è un’idea che è stata lanciata come “diversivo elettorale”, ma che attiene invece a principi di libertà individuale, equità intergenerazionale ed equilibrio complessivo della previdenza e dei conti pubblici. Dopo la sentenza della Consulta sulle pensioni, il governo si era lanciato in un “ridaremo i soldi indietro”, ma poi, a conti fatti, ha dovuto limitare la platea dei beneficiari e ridotto solo al 12% la restituzione del “maltolto”. Per evitare che lo scottante tema rimanesse sul tavolo proprio alla vigilia delle elezioni regionali, Renzi ha quindi lanciato l’idea di rendere flessibile l’età pensionabile, ora rigidamente imposta dalla legge Fornero, aprendo alla facoltà di uscire prima dal lavoro “in cambio 30-40 euro in meno al mese”.

Ora, ben prima della legge Fornero, e anzi già dalla riforma Dini, ho sempre ritenuto corretto aprire alla flessibilità, ma inserendola nel quadro del definitivo passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo, che per sua natura ben si presta al dosaggio “meno età = meno pensione”. Un simile provvedimento sarebbe dunque dovuto arrivare molto tempo fa; proporlo oggi – a parte ogni considerazione sull’inopportunità di fare una riforma pensionistica all’anno – vuol dire ignorarne la portata politica e finanziaria. Politica, perché mettere mano ad una legge indispensabile come la Fornero significa sapere dove si parte ma non dove si arriva, con tutti i pericoli del caso. E finanziaria, perché si rischia di aprire un buco, se non addirittura una voragine, nei conti pubblici. Per esempio, il disegno di legge Damiano-Baretta prevede un taglio del 2% dell’assegno per ogni anno di anticipo a partire dai 62 anni (andando in pensione a 61 anni invece che a 66 si perderebbero 100 euro su 1000, altro che “qualche decina”) che per la Ragioneria peserebbe per 5 miliardi all’anno. Già la nostra spesa pensionistica è pari al 16,8% del pil, non si può certo andare oltre. Qualcuno suggerisce l’ipotesi di calcolare con il contributivo, invece che con il retributivo o il “misto”, gli assegni di chi vuole anticipare la pensione. Potrebbe anche essere una buona soluzione, ma meglio ancora è lasciare le cose come le regola la Fornero.

Anche perché l’unica vera riforma perequativa, tra e dentro le generazioni, sarebbe quella di portare a contributivo tutti, pensionati e pensionandi, visto che lo squilibrio tra il versato e il percepito – cosa che riguarda tanto le pensioni basse quanto quelle alte – pesa per 46 miliardi sul bilancio dello Stato. Ma è del tutto evidente che si tratta di un tema molto delicato che, oltre a doversi misurare con la legittimità di toccare i “diritti acquisiti”, dovrebbe fare i conti con le conseguenze sociali che scatenerebbe. L’unico modo per introdurre il contributivo per tutti sarebbe quello di rivedere in toto il nostro welfare, ribaricentrandolo sui giovani anziché sugli anziani e partendo dal presupposto che nel 2050, cioè tra nemmeno due generazioni, manderemo due lavoratori su tre in pensione con meno di mille euro al mese, mentre i precari attuali arriveranno a malapena a 400 euro. Un compito arduo sempre e comunque, ma sicuramente impossibile in una stagione, come l’attuale, connotata dal populismo anche quando è travestito da riformismo. Evidentemente, più che il futuro, interessa il voto dei 18 milioni di pensionati. (twitter @cisnetto)

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