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Cercando l'ordine sui conti pubblici

Economia in fantasia

Il governo cerca soluzioni per ridurre il buco pensioni. Ma serve coraggio, non fantasia

di Enrico Cisnetto - 17 maggio 2015

Cercasi fantasia. Matteo Renzi ha assicurato che per rimettere in ordine i conti pubblici dopo il giudizio della Consulta sulle pensioni, “qualcosa ci inventeremo”. Poiché gli spazi di manovra sul bilancio dello Stato sono angusti, i rischi enormi e le potenziali voragini sterminate, di inventiva ne servirà molta. Infatti, ripristinare l’indicizzazione delle pensioni superiori a tre volte la minima per 5,5 milioni di persone senza nuovi interventi equivale a 8,7 miliardi di arretrati e 1,9 miliardi da contabilizzare sul bilancio 2015, cosicché il limite europeo del 3% verrebbe automaticamente infranto. Se poi si sommano i 7 miliardi necessari per il biennio 2016-2017, si arriva a 17,6 miliardi, cifra a fronte della quale il “tesoretto” da 1,6 che doveva essere usato “per i poveri” diventa ridicolo. Ora, il governo sta studiando come minimizzare gli effetti della sentenza – restituzione ridotta, per fasce di reddito, graduale nel tempo – e quali strumenti utilizzare per le coperture – tesoretto, volontary disclosure, emissione di titoli ad hoc, tagliare l’indicizzazione del 50% – cercando di limitare gli effetti della sentenza a 3-5 miliardi, ma intanto la rotta del risanamento dei conti si è invertita ed è anche scattato un pericoloso effetto a catena. Per esempio, la Commissione Tributaria di Reggio Emilia ha stabilito che per la Robin Tax – tassa dichiarata incostituzionale a inizio 2015 ma la cui sentenza non prevedeva effetti retroattivi – saranno da rimborsare anche gli arretrati, pari a 3,8 miliardi.

 

Ma i potenziali rischi non finiscono qui. L’Ufficio parlamentare di Bilancio ha espresso pesanti dubbi sull’operazione di spending review con cui l’esecutivo prevede di recuperare lo 0,45% del pil nel 2016 (circa 7 miliardi). Figuriamoci cosa penserà dei 25,5 miliardi di tagli previsti nel 2017 e dei 28,3 nel 2018. C’è poi il pesante capitolo degli interessi sul debito, il quale è talmente enorme (nuovo record a 2184,5 miliardi), che basta una piccola oscillazione dei tassi di interesse a scatenare l’inferno. Se lo spread dovesse salire fino a 150 punti (cosa di assoluta probabilità se la vicenda greca dovesse complicarsi), rispetto alle previsioni del governo mancherebbero 4-5 miliardi. D’altra parte, se i tassi non dovessero salire, nei prossimi anni ci sarà da pagare un conto da 42 miliardi di euro per i derivati acquistati per assicurare il nostro debito proprio dalle oscillazioni eccessive. Ora, pur essendo discutibile l’uso che si è fatto in passato di questi strumenti, i debiti che finora non sono mai stati messi a bilancio comunque saranno da estinguere a prezzo di mercato al momento della scadenza.

 

Dunque, anche se l’Europa in cambio delle riforme pienamente attuate – ma quante sono? – ci concederà uno “sconto” sulla flessibilità pari a 6,4 miliardi, le clausole di salvaguardia di nuove tasse e nuovi tagli sono sempre più vicine. Stiamo parlando di 16 miliardi. Intanto dal primo luglio dovrebbero aumentare le accise per 800 milioni, mentre la sterilizzazione dell’incremento dell’Iva prevista nel Def dovrà essere confermata nella legge di Stabilità. E alla luce del cambiamento di scenario e delle nuove uscite da mettere a referto, non sarà semplice.

 

Forse, anziché fantasia, sarebbe meglio che il governo mettesse in campo il coraggio. Di dire la verità e di cambiare verso alla (troppa) spesa pubblica improduttiva. (twitter @ecisnetto)

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