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Renzismo campano

De Luca e il trasformismo

Il candidato del centro sinistra arruola tra le sua fila tutto e tutti, destra compresa

di Davide Giacalone - 09 maggio 2015

Dicono che la meta sia il bipolarismo, da difendersi a ogni costo. Ma praticano il metodo del trasformismo, il cui costo va in conto collettivo. Finiti i ludi parlamentari dell’Italicum c’è chi insiste (e basta!) nel paventare il marciare di Benito Mussolini, non accorgendosi d’essere immerso nel marcire di Agostino Depretis. Che del trasformismo fu teorico e interprete (uomo di sinistra, primo capo di un governo interamente tale, riformatore della scuola, fu certamente migliore di quelli che andava arruolando, nobilitando il malcostume di cambiar casacca per alimentare la saccoccia). Il mio non è un cattivo pensiero o una fosca previsione, è mera osservazione. Basta guardare quel che succede in Campania, dove Vincenzo De Luca arruola e candida tutti e di tutto.

E’ un tipo tosto, De Luca. Sindaco amato, in quel di Salerno. Avversario storico di Antonio Bassolino, e già solo per questo meritevole. Uomo d’ordine, anche se bisticcia con le leggi. Tutti ricordano la sua condanna in primo grado, che a causa della legge Severino potrebbe creare molti problemi, in caso di elezione. Ma quello a me pare il meno: è la legge a essere sbagliata e spero De Luca sappia convincere i suoi compagni a demolirla. Il fatto imbarazzante è un altro: è decaduto da sindaco, con sentenza civile, perché pretendeva di farlo nel mentre era anche sottosegretario. E la legge non lo consente. De Luca, comunque, è un perfetto prodotto del renzismo: vincitore delle primarie e interprete solitario della propria linea politica. Sa che le elezioni non sono le olimpiadi e, quindi, non si presenta per partecipare, ma per vincere. Come pensa di riuscirci? Aggregando qualsiasi cosa, persona o gruppo. Dai fascisti infiammati agli avversari di appena ieri; da Ciriaco De Mita (che detestava e considerava un soggetto di cui liberarsi e da cui liberare la Campania) agli amici di Nicola Cosentino (parlamentare del centro destra, al momento trattenuto nelle patrie galere); da sindaci eletti dalla destra a dame volteggianti fra uno schieramento e l’altro. Non si butta via nulla. Perché, ed è questo il punto, la legge elettorale parla chiaro: vince chi prende un voto in più, assicurandosi un premio di maggioranza pari al 60%.

Così trionfa la regola-Renzi: la sera delle elezioni si conosce il vincitore e il futuro governo. O no? No, manco per niente: si conosce l’insaccato vittorioso, ma non si ha la più pallida idea di cosa possa venirne fuori e quanto possa durare. O, meglio, la sola cosa che terrà insieme un tale insalsicciamento sarà il timore di perdere il posto, così sudato e conquistato al prezzo dell’imperituro sputtanamento. La stessa cosa che oggi propizia inverecondi voti parlamentari, prospettando ai nominati il solo luogo ove non intendono ritrovarsi: casa loro.

E nessuno creda che questo sia un diversivo dialettale, perché è e sarà un costume nazionale, propiziato da sistemi elettorali che non sono affatto maggioritari, ma premiali del trasformismo. Lo stesso Italiacum non produrrà affatto il consolidamento del bipolarismo, ma il trionfo del monopolarismo trasformista. Oggi in capo alla sinistra, domani chissà. Il tempo vola, in politica, e il disonore si spreca, fra tanti politici. Tutta le seconda Repubblica, a destra e sinistra, è stata contaminata da questo morbo, ma non s’è riusciti a far capire che i sistemi maggioritari e i premi di maggioranza non solo non sono la stessa cosa, ma talora sono opposti.

Se s’alzasse lo sguardo dal borgo natio e si studiasse la realtà europea, si scoprirebbe che la regola-Renzi non regola nulla. Anzi, sarebbe pericolosa. Se al crescere dei movimenti “anti”, che rifiutano tutto, a partire dal buon senso, sintomi di un disagio profondo, si rispondesse con la vittoria forzata di un solo gruppo, di minoranza, si otterrebbe la rottura del sistema. E’ stato governato da una coalizione il Regno Unito (sembra una bestemmia, nella più maggioritaria delle democrazie), lo è la Germania. Non è una dimostrazione della loro debolezza, ma della loro forza, perché frutto delle elezioni, non dei corridoi. La nostra forza potete osservarla in Campania, dove ha preso maggiore compattezza una bufala già gustabile per ogni dove.

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