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Grexit non ci conviene

Se Atene uscisse dall'eurozona il nostro Paese sarebbe il più colpito dal terremoto

di Enrico Cisnetto - 03 maggio 2015

I soldi pubblici bastano per qualche giorno, i capitali privati (ri)fuggono, l’economia resta impiombata, il tempo per trovare un’intesa sta finendo: il default della Grecia è sempre più vicino. Più che il se – tutti lo danno per scontato – ormai la questione aperta è il quando: prima dell’estate o in autunno? I casi sono due. Se le trattative ad oltranza di questo weekend con il Brussels Group (Commissione, Bce, Fmi, Fondo salva-stati) non dovessero andare a buon fine, per la Grecia sarebbe la fine. Al massimo qualche settimana. Se invece ottenesse un nuovo prestito di emergenza (da 7,2 miliardi) – Tsipras ha un disperato bisogno di nuovi fondi, perché le pensioni vengono erogate sempre più in ritardo e c’è da rimborsare un prestito Fmi in scadenza – potrebbe sopravvivere per qualche mese, ma si aprirebbe un caso politico non da poco. Perché quei soldi saranno concessi solo in cambio di uno strutturale programma di riforme che modifichi l’intera struttura dell’economia greca, e Tsipras o si sottrae, aprendo subito la crisi in sede europea, o si piega e paga dazio nel suo paese. Ora, dopo l’esclusione del fotogenico ma inconcludente ministro Varoufakis, è possibile che il governo ellenico conceda qualcosa su privatizzazioni ed entrate fiscali, ma un sistema economico non si cambia con un clic e comunque qualunque accordo, ancorché transitorio, oltre al vaglio dal parlamento tedesco, dovrà superare le resistenze interne di Atene. Da una parte Tsipras sarà costretto a smentire le sue ambiziose promesse elettorali, dall’altra già minaccia di indire un referendum sull’accordo, e quindi sulla permanenza nell’euro.

 

Il debito ellenico, quasi al 180% del pil, è semplicemente insostenibile e non sono serviti a nulla né la passata ristrutturazione (dal 198% al 120,5% del pil, un sostanziale default), né i 248 miliardi di prestiti ottenuti finora. Per arrivare ad una minima sostenibilità del debito, infatti, l’avanzo primario greco dovrebbe essere almeno fino al 2030 il triplo dell’attuale (ora all’1,5%). Scenario palesemente impossibile.

 

Ma che effetti avrà la bancarotta di Atene sul resto d’Europa? E sull’Italia? Una cosa è certa: tra i problemi irrisolti dell’eurozona, dopo la Grecia, ci siamo noi. L’Italia sarebbe il Paese più colpito da un default greco e da un possibile – anche se non automatica – uscita dall’euro. Sia perché cresciamo meno degli altri (la Spagna prevede un +2,9% a fine anno; l’Irlanda farà +4% dopo aver sfiorato il +5% nel 2014), sia perché abbiamo il terzo debito pubblico del mondo, al 135% del pil e al nuovo record storico di 2169 miliardi. In più, tra voci del Def aleatorie (i tagli di spesa) e nuovi buchi di bilancio (la bocciatura della legge Fornero apre una voragine da 13 miliardi), il pareggio rischia di allontanarsi, facendo scattare le cosiddette clausole di salvaguardia, che finirebbero per ammazzare la ripresa nella culla. Anche perché la Grecia ci deve 43 miliardi, e in caso di default quei crediti diventerebbero un passivo. E se i mercati dovessero sostituire la Grecia con l’Italia nei loro mirini, un minimo rialzo dei tassi brucerebbe tutti i vantaggi del Quantitative Easing (1,4% del pil nel biennio). E’ vero, siamo too big to fail, ma anche troppo grandi e troppo deboli per non essere succulento bottino della speculazione. In pratica, il default di Atene sarebbe il primo atto di una tragedia non solo greca, ma anche italiana. (twitter @ecisnetto)

 

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario