ultimora
Public Policy
  • Home » 
  • Articoli » 
  • 20150412 - Un progetto per l'economia

Tra Def e Tesoretto

Un progetto per l'economia

Bisogna tagliare tasse e la spesa pubblica improduttiva e investire in progetti industriali

di Enrico Cisnetto - 12 aprile 2015

Il secondo Def varato dal governo Renzi prevede che, grazie ai maggiori margini di flessibilità concessi dall’Europa in cambio di riforme strutturali, sia possibile spendere quanto passa tra il deficit reale (2,5% del pil) e quello programmato (2,6%), sempre che la previsione di crescita (0,7%) venga poi rispettata. Si tratterebbe di 1,5 miliardi, che Renzi avrebbe già destinato al “welfare”, e in particolare ai “nuovi poveri”. Ora, la spesa sociale, specie in un momento di crisi e con milioni di famiglie in gravi difficoltà è importante. Ma palliativa. La coesione sociale, quella che davvero cementa la società, si ottiene solo con una crescita solida e duratura. Non si tratta di essere contrari a misure a favore dei (veri) poveri, ma di essere più favorevoli a politiche di sviluppo in grado di creare benessere diffuso. E se si hanno poche risorse e si deve scegliere, meglio provare a spingere l’economia che “fare del bene”. Anche perché si rischia di mettere mano a mere elargizioni caritatevoli, i cui fallimentari esempi non mancano. Vi ricordate la social card voluta da Tremonti nel 2008? Un bancomat da 40 euro mensili i cui effetti sono stati insignificanti anche nelle sole rilevazioni. Renzi, per la verità, l’anno scorso ha fatto una scelta diversa: ridurre il carico fiscale agli occupati, dando loro 80 euro in più in busta paga, nella speranza che si traducessero in consumi e quindi andassero ad rialimentare quella domanda interna che, fermandosi, ha penalizzato le imprese – purtroppo la maggioranza – che fanno poca o per nulla esportazione. Ma così non è stato: gli 80 euro hanno aiutato il Pd di Renzi a sfiorare il 41% alle Europee, ma non sono serviti a spingere la ripresa.

Adesso la storia rischia di ripetersi. A parte ogni considerazione sul fatto che ci siamo avvicinati a questo Def preoccupati di come trovare i 10 miliardi necessari a evitare l’aumento dell’Iva dal prossimo anno, e ci ritroviamo il giorno dopo la sua approvazione a decidere come spendere l’ennesimo “tesoretto”, le preoccupazioni dovrebbero essere altre che trovare un po’ di spiccioli, reali o virtuali che siano, da spendere in opere di bene. Il vero tema è che, pur in un contesto economico mai così favorevole (euro, tassi e petrolio bassi, liquidità senza limiti), la ripresa in corso è debole, frammentaria e a macchia di leopardo, tanto che il nostro tasso di sviluppo continua ad essere la metà della media europea e le proiezioni dello stesso Def ci dicono che per tornare ai livelli del 2007 (peraltro poverelli) e recuperare il perduto (10 punti di pil, un quarto della produzione industriale, un sesto della capacità manifatturiera, oltre due milioni di posti di lavoro) occorre attendere, se tutto va bene, il 2022.

Dunque, piuttosto che annunciare “tesoretti” e studiare elargizioni pre-elettorali (a maggio ci sono le regionali…), bisognerebbe finalmente imprimere una svolta radicale all’economia italiana: tagliare la spesa pubblica improduttiva, ridurre il carico fiscale e portare il debito sotto il 100% del pil, investendo in conto capitale in solidi progetti industriali. Servirebbero 600-700 miliardi e un progetto paese in testa. Impossibile? Tra patrimonio pubblico da monetizzare, spesa corrente da tagliare e capitali internazionali da intercettare, i soldi si possono trovare. Sulle idee, si può sempre indire un concorso, magari chiedendo a Cantone di vigilare. (twitter @ecisnetto)

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario