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  • 20150215 - Mai festeggiare per un pareggio

I numeri della (non) crescita

Mai festeggiare per un pareggio

Usciamo dalla recessione ma non andiamo oltre lo zero

di Enrico Cisnetto - 15 febbraio 2015

Così come uno zero a zero dopo una serie di sonore sconfitte fa piacere ma non cambia la stagione calcistica, altrettanto la formale uscita dalla recessione senza però neppure un decimo di punto di crescita non deve illudere sulla fine della crisi. Crescita zero non è crescita, è solo fine – momentanea – della decrescita. Tanto più se il trimestre in cui sparisce il segno meno perde tre decimi rispetto allo stesso periodo precedente e se l’anno (il 2014) si chiude a -0,4%. Pessimista? Anche negli ultimi tre mesi del 2013 uscimmo dalla recessione, salvo poi ripiombarci per il resto dell’anno successivo (appunto il 2014) nonostante le previsioni di allora fossero persino più rosee delle attuali (per il 2014 Bankitalia prevedeva +0,7%, adesso per il 2015 prevede +0,6).

Insomma, c’è poco da fare i bulli. Anche perché i nostri omologhi europei fanno meglio (la Germania +0,7%) e noi siamo all’ultimo posto tra i Paesi del G8. Ma, soprattutto, perché se in una congiuntura caratterizzata da bassi tassi di interesse, euro che marcia verso la parità con il dollaro e prezzo di petrolio in discesa, non riusciamo ad andare oltre lo zero, figuriamoci se il quadro internazionale dovesse virare al peggio cosa succederebbe.

Ed è proprio alzando lo sguardo oltre i confini nazionali ed europei, che c’è da essere preoccupati. Il Fondo Monetario ha abbassato le stime per l’eurozona dello 0,2% nel 2015 e dello 0,3% nel 2016 (portandole rispettivamente a +1,2 e +1,6%). Inoltre, la liquidità che la Bce trasferirà alle banche con il Quantitative Easing potrebbe arrivare all’economia reale con il contagocce, visto che, da un lato, le stesse banche sono costrette a rispettare requisiti patrimoniali e regole non solo sempre più stringenti ma anche se insopportabilmente cervellotici, e dall’altro, latitano le imprese con progetti industriali solidi, che chiedano prestiti non solo per tappare vecchi buchi. In Europa poi, c’è la mina del debito greco pronta ad esplodere, mentre ai confini del continente le vicende dell’Ucraina e il caos in Libia rischiano di mettere a repentaglio l’equilibrio geopolitico, con conseguenze inevitabili sulle economie dell’eurosistema.

E non meno preoccupante è il trend che caratterizza il resto del pianeta: l’economia mondiale, ad eccezione degli Stati Uniti, frena ovunque. L’Fmi ha tagliato dello 0,3% la stima di crescita del pil mondiale rispetto a ottobre, portandolo a 3,5% per il 2015 e 3,7% per il 2016. La Cina nel 2014 registra la peggior performance degli ultimi 24 anni, così come frenano tutte le economie emergenti, dalla Turchia all’America Latina. Il Giappone è ancora in crisi e non andrà oltre lo 0,6%. Unica nota positiva gli Usa, che nel 2015 dovrebbero guadagnare il 3,6% (contro il 3,1% stimato ad ottobre). Attenzione, però, perché il boom americano poggia sia su una politica monetaria fortemente espansiva ormai al termine, sia sulla messa a regime di shale gas e oil, ora resi meno convenienti dal brent a 50 dollari. Senza contare si stanno riproponendo, tali e quali, gli eccessi della finanza che hanno causato lo scoppio della crisi.

Insomma, visto che sull’economia mondiale si addensando nuvole nere, e che l’Italia si regge ormai solo sull’export, evitiamo di affidarci alle “spinte esterne” e vediamo di rimettere al centro la politica economica. Che latita. (twitter @ecisnetto)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario