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Public Policy

La mossa della BCE

W Draghi

Bene il QE, ora tocca alle riforme dei governi nazionali

di Enrico Cisnetto - 25 gennaio 2015

Dicono sia servo dei poteri occulti, amico delle banche, filotedesco, dicono che ha aspettato troppo o che non ha fatto abbastanza. Ne dicono veramente tante, ma non ne azzeccano nemmeno una. Eppure è sufficiente ripercorrere la storia di Mario Draghi alla guida della Bce, analizzare le oggettive condizioni politiche ed economiche di partenza, e ogni accusa evapora, lasciando ai critici scegliere se iscriversi alla categoria dei faziosi o a quella degli ignoranti. A cominciare da chi, in Italia più che altrove, avanza critiche sul Quantitative Easing appena varato. Sostenere che la condivisione dei rischi al 20% sia un risultato minimale significa ignorare che per la prima volta si è incrinato il muro dei nein tedeschi ad ogni forma di mutualizzazione del debito, che si è fatto il primo passo verso la creazione di un debito federale. È stato tardivo rispetto alle altre banche centrali? Provateci voi senza avere un governo centrale come interlocutore, e con un perimetro di azione disegnato dallo statuto della banca centrale che non ti consente di fare niente. Sì, il QE è (anche) uno strumento anti-deflattivo e fare la sentinella della stabilità dei prezzi significa raffreddarli sia quando vanno troppo su (inflazione) che troppo giù (deflazione): ma pensate che sia solo quello? L’operazione va ben al di là, e dentro la Bce sono in molti ad averlo ricordato (rinfacciato?) a Draghi. Certo, c’è voluto del tempo per convincere tutti i 19 membri dell’eurozona, ma alla fine è stato raggiunto un “consensus” tale che il Consiglio della Bce non ha neppure avuto bisogno di votare. Gli allarmi lanciati dalla Merkel perché il QE non fermi il rinnovamento in molti Paesi europei, poi, rientrano nel gioco politico interno dei tedeschi. Sanno anche loro, infatti, che le riforme – che hanno effetti benefici nel lungo periodo ma altissimi costi politici e sociali nel breve – si fanno meglio in un ciclo economico positivo, non con deflazione e recessione alle caviglie. D’altra parte, mentre nel panico estivo del 2012 Draghi “comprò tempo” con l’Omt ma il “bazooka” rimase con le polveri bagnate per un ricorso tedesco alla Corte Federale, dopo che quello della Germania fu l’unico voto negativo, questa volta, invece, i tedeschi hanno fatto buon viso a cattivo gioco.

Già, ma saranno sufficienti 60 miliardi al mese per allontanare lo spettro della deflazione che minaccia l’eurozona? Da soli, certamente no, perché il calo dei prezzi ha radici psicologiche (mancanza di fiducia) che frenano consumi e investimenti. Ma lo stesso Draghi lo ha ripetuto fino alla noia: se i governi non coglieranno l’occasione, ogni azione della Bce non potrà che restare un palliativo. E oltre alle riforme nazionali, serve una maggiore integrazione politico-istituzionale europea perché è palese che la Bce non potrà mai essere l’eterno supplente del contumace governo federale.

E’ evidente, dunque, che chi accusa Draghi non si rende conto della partita che deve giocare e dei risultati che ha già ottenuto. Basta metterli in fila: l’Smp, 218 miliardi di euro (103 per l’Italia) per comprare titoli di stato sul mercato secondario e frenare gli spread; Ltro e Tltro, circa 1500 miliardi per favorirne il consolidamento patrimoniale delle banche; l’Omt, il bazooka di cui speriamo non ci sia mai bisogno; adesso il QE. Provateci voi a fare lo stesso in meno di quattro anni, se ne siete capaci. (twitter @ecisnetto)

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