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Non ci sono alternative

Teniamoci stretti l'euro

Il caso svizzero dimostra che al mondo c'è chi guida e chi segue

di Enrico Cisnetto - 18 gennaio 2015

Ubi maior, minor cessat. Tutti coloro che, sbraitando, identificano l’euro come il solo ed unico responsabile della crisi in cui siamo ancora immersi (vedere la previsione di Bankitalia di solo +0,4% per il 2015) studiassero il grande caso della piccola Svizzera, che come un fulmine a ciel sereno ha sbloccato il tasso di cambio tra il suo franco e la moneta Ue. Vedrebbero con lampante chiarezza che nel mondo interconnesso e globalizzato di oggi c’è chi guida e chi segue, c’è chi sceglie e chi, invece, può solo adeguarsi. Hanno il volante Stati Uniti, Ue, Cina, e in quota minore  Giappone e Regno Unito: dettano l’agenda e stabiliscono le priorità. Gli altri sono comprimari, gregari e comparse. Compreso un “paese rifugio” per eccellenza come la Svizzera.

Dunque, seppur con un pil doppio rispetto a quello elvetico, in caso di uscita dall’euro l’Italia non sarebbe in grado – con buona pace di Salvini e soci – né con la lira né con politiche economiche esclusivamente nazionali, di fare altro che adeguarsi a decisioni prese altrove, più di quanto già non accada ora. Ma, soprattutto, il ritorno alla “liretta”, oltre alla dilapidazione dei risparmi degli italiani, all’aumento dei costi delle importazioni e ad altri innumerevoli danni collaterali, relegherebbe l’Italia ai confini dello scacchiere mondiale, impotente oltre che debole e screditata. Infatti, mentre l’improvvisa decisione svizzera riguarda un paese considerato solido e affidabile da sempre, l’Italia è già ora giudicata “a rischio”, impantanata nella recessione più lunga della sua storia repubblicana, un debito pubblico abnorme e una credibilità politica assai esigua. Senza lo scudo dell’Europa saremmo facile preda per mercati internazionali.

La vicenda della Svizzera conferma che, seppur piena di difetti, l’Unione monetaria protegge gli Stati membri dalle scelte altrui. Infatti, perché il presidente della Banca svizzera, Thomas Jordan, ha invertito la rotta in meno di un mese, dicendosi prima “assolutamente determinato” al rispetto del tasso di cambio e poi annunciandone “l’immediata sospensione”? Perché quando sul ring salgono i “paesi massimi”, i “minimi” sono costretti a scendere. Nani tra i titani, pur di mantenere basso il valore della moneta e sotto controllo l’inflazione (non sono meno ossessionati dei tedeschi), dal 2011 gli elvetici hanno utilizzato 40 miliardi di euro al mese (circa il 5,5% del pil nazionale, l’equivalente di 84 miliardi per l’Italia), fino a che le relative riserve non hanno sfiorato i 600 miliardi di euro, l’80% del pil nazionale. Un’operazione faraonica che con i nostri stretti margini di bilancio non avremmo comunque potuto fare, ma che non è bastata nemmeno agli elvetici. A seguito della politica espansiva della Bce e al deprezzamento dell’euro (costato già 60 miliardi di euro agli svizzeri) e di fronte alle nuove e imminenti decisioni sul quantitative easing, da Berna hanno alzato bandiera bianca. Pur sapendo che sarebbe costato (e costerà) un salasso alla loro economia reale (con il franco apprezzato del 30%, si prevedono drammatici danni all’export) visto che, per esempio, le imprese quotate fanno l’85% dei loro ricavi oltre confine. Non solo: è in bilico la solida reputazione di “paese rifugio” e la deflazione in atto richiederebbe il apprezzamento della moneta, non il contrario. Tutti effetti che, a differenza della Svizzera, non potremmo certo permetterci. Insomma, teniamoci stretti l’euro. (twitter @ecisnetto)

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