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Tra capitalismo e sindacati

Poteri mosci

Quali fili scoperti ha toccato il Premier per provocare la risentita reazione di poteri forti? Forse perché ormai sono tutt'altro che forti...

di Davide Giacalone - 30 settembre 2014

Tutti conosco il gioco chiamato mosca cieca: si benda una persona e la si sfida a toccare gli altri, che ci vedono e si spostano liberamente. Provate a immaginare una variante del gioco: si bendano tutti e brancolano a braccia tese. Un caos inconcludente. Quel gioco sciocco è divenuto trastullo collettivo, nella scena pubblica, incrudelito da manate a casaccio e da un linguaggio sempre più greve.

 

Quali interessi ha scosso Matteo Renzi? Quali fili scoperti ha toccato, per provocare la risentita reazione di poteri forti, dentro e fuori dalle blasonate redazioni? Sono giorni che domande di questo tipo si rincorrono, rimbalzando per ogni dove ci sia gente che si dice informata ed è per lo più sfaccendata. Ciascuno elabora la propria risposta, naturalmente retta da informazioni riservate e sussurrate. A me pare, invece, che sia in pieno svolgimento il gioco del tutti bendati. I poteri forti non ci sono più, tanto è vero che provano a sentirsi tali usando parole e toni che vorrebbero apparire forti. Tanto è vero che ciascuno pensa di farsi il partito proprio, perché sono a malpartito. Dopo avere predicato la competenza si pratica giulivi la dilettanza. Quella che si dimena è l’Italia dei poteri mosci e degli impotenti turgidi. Ciò che provoca scatti di rabbia non sono gli interessi minacciati, ma la minaccia che non si possa continuare a vivere sognando che il passato sia una

garanzia per il presente e una promessa per il futuro.

 

Esisteva il potere forte del capitalismo statale. Aveva aspetti ragguardevoli e riprovevoli, ma esisteva. Per rendervi conto di quanto sia divenuto moscio, quel potere, basterà osservare che mentre il presidente del Consiglio si trovava negli Stati Uniti, a dispetto degli accordi industriali, politici e militari di cui era portatore, la Camera dei Deputati, su proposta del Partito democratico, il di lui partito, è riuscita a votare un ordine del giorno che stabilisce la rimessa in discussione dell’acquisto degli F35, assieme ad altri ordini del giorno, incuranti della coerenza. Voto che è stato subito così letto: ne acquisteremo la metà, o meno. Omessa ogni altra considerazione, a cominciare dal fatto che con la metà di quegli aerei puoi farci la guerra solo se ad aggredirti è il Principato di Monaco, la scena dimostra che non ci sono poteri, né forti né fiacchi, che esercitano alcun controllo e coordinamento fra i calendari istituzionali, gli interessi economici e le prudenze politiche. Si va a naso, ma senza olfatto.

 

Pensare che il disfacimento di quei poteri possa essere compensato dal crescere delle partecipazioni azionarie della Cassa depositi e prestiti è come credere che si possa partecipare alla formula uno della competizione globale con un go kart. Ed è sempre possibile che una qualche procura della Repubblica ti metta sotto inchiesta per eccesso di velocità.

 

Esisteva il potere forte del capitalismo privato. No, non esistevano grandi capitalisti. Non li abbiamo avuti. Qualche personaggio con corte, qualche arrampicatore prensile, tanto contorno. Il cuore di quel potere, quando esisteva, era Mediobanca. Per essere più precisi, era Enrico Cuccia: idee chiare, disegno strategico, competenza indiscussa, legami internazionali. Quel cuore riuscì a far contare un mondo che di quattrini veramente investiti ne contava pochi. Ma era debole già prima di fermarsi, perché concepito dentro un mondo che già non esisteva più. Da lì in poi troppi avventurieri arraffatori, tanti parlatori disinvolti (quasi non si conobbe la voce di Cuccia), che per considerarli poteri forti occorre spiccata propensione all’esagerazione.

 

La ciliegia sulla torta è un Quirinale che mette nero su bianco di non avere nulla da testimoniare e viene trascinato sul banco dei testimoni. Icona di un’Italia ove il potere è vaniloquio oscillante fra il supplice e l’arrogante.

 

L’Italia diversa c’è. Eccome. Se ne colgono i numeri in un prodotto interno lordo e in esportazioni che ancora la rendono forte e ricca. Imprenditori e operai che non sentite parlare, perché sono a lavorare. Ma non sono poteri forti, anzi, sono debolissimi. Anzi: non contano nulla. Ci reggono in piedi, ma li trattiamo come estremità dolenti e odorose. Da usare, ma da non esibire. Da tassare, non da ascoltare.

 

Allora: perché tante voci si destano, contro Renzi? Quali interessi sono stati toccati? Magari fosse così! La scena è animata da caratteristi che provano a collocar sé medesimi, per avere ancora un pezzetto di rendita. Poi s’è fatta una certa ed è subito cena.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario