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  • 20140928 - La coppia che scoppia

Fiducia e investimenti

La coppia che scoppia

La liquidità della Bce, da sola, non elimina il pessimismo. Serve l'attivismo dello Stato

di Enrico Cisnetto - 28 settembre 2014

Secondo il vocabolario le parole fiducia e credito possono avere lo stesso significato. In economia sono due facce della stessa medaglia. Se c’è fiducia ci sono investimenti, e se ci sono investimenti c’è credito. Ma se la fiducia manca, il credito latita. Non c’è dunque da stupirsi che, di fronte al protrarsi della recessione, ora per di più abbinata alla deflazione, sia sceso il tasso di fiducia degli imprenditori italiani – a settembre quello calcolato dall’Istat è arrivato a 86,6 il livello più basso dell’ultimo anno – e che, di conseguenza non ci sia domanda di credito.

Già, proprio mentre la Bce punta a rilanciare la spesa in conto capitale, privata e pubblica, spingendo le banche a dare più credito, il segnale che arriva alimenta più di un dubbio sulle future intenzioni d'investimento. Siamo dunque nella paradossale situazione in cui la liquidità è enorme – mentre solo due anni fa parlavamo di credit crunch – ma rimane inutilizzata perché in giro non ci sono nuovi progetti. O meglio, in banca c’è la fila di chi vorrebbe credito per sistemare debito, e nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di aziende decotte, la cui crisi è stata solo accelerata dalla pessima congiuntura. Spiace dirlo, ovviamente, ma è bene che le banche, un tempo troppo generose come dimostra il livello delle sofferenze, non aprano quei rubinetti, perché quasi mai ci sono le condizioni del risanamento e del rilancio e quasi sempre si può al massimo prolungare di qualche tempo l’agonia, illudendo imprenditori e lavoratori.

Dunque, è infondata e sterile la polemica contro il sistema bancario che sento fare. Oggi le banche avrebbero tutto l’interesse ad azionare la leva degli impieghi, ma per farlo ci deve essere domanda di credito per nuovi investimenti, e non c’è. E quella poca che c’è, finisce per dover pagare interessi elevati, che le banche devono praticare proprio per l’esiguità dei loro impieghi. Certo, ci può essere anche un eccesso di prudenza per paura di commettere i vecchi errori, ma il tema centrale è e rimane la mancanza di progetti.

E allora, come si possono rimettere in moto gli investimenti? La chiave di volta è duplice. Da un lato occorre combattere la sfiducia. In giro si è diffusa la convinzione che il Paese non ce la può fare, che l’accumulo dei problemi irrisolti è tale da impedire a chiunque, anche ad un giovane carico di energia vitale come Renzi, di riuscire ad invertire la rotta della nave alla deriva. Così molte imprese chiudono, altre sono cedute, altre ancora tengono la linea di galleggiamento ma non scommettono un centesimo sul futuro. Di quelle che vanno bene – nella stragrande maggioranza dei casi sono le già internazionalizzate – una parte investe solo oltre confine. Chi va bene e cresce facendo investimenti in Italia è, purtroppo, una minoranza. Dunque occorre riaccendere la speranza che le cose possono cambiare. E per farlo, dopo la stagione ormai consumata dei gesti simbolici, ci vogliono respiro programmatico e azioni concrete. Per esempio – e qui siamo alla seconda chiave di volta – lo Stato deve tornare a mettere mano al portafoglio. Per fare le cose strategiche, a cominciare dalle infrastrutture materiali e immateriali, che i privati non fanno. Come, visti i problemi di bilancio? Trasformando patrimonio pubblico e spesa corrente, in spesa in conto capitale. È il modo più sicuro per dare credito alla fiducia. (twitter @ecisnetto)

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