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Un comizio dal 41 bis

Il megafono di Riina

Le parole del numero uno di Cosa Nostra filtrano dal carcere duro e finiscono su giornali e tv. Roba da matti

di Davide Giacalone - 03 settembre 2014

Solo nel mondo dei matti può sembrare normale che un capomafia, sottoposto al regime di carcere duro e isolamento, talché non può avvicinarsi ai familiari e non può telefonare alla moglie, parli poi dalle prime pagine dei giornali, come se anziché in carcere fosse nella casa del Grande Fratello. E per chi amasse il video, oltre che l’audio e la trascrizione, c’è anche quello, facilmente rintracciabile in rete. Solo nel mondo degli falsi può capitare che le sue parole vengano rilanciate avvertendo: dice queste cose per confermare d’essere il capo della mafia, sono messaggi ai suoi compari e complici. Bravi, e perché lo stiamo aiutando? Solo nel mondo degli ipocriti si prende in parola un criminale, quando fa l’elenco di quelli che vorrebbe eliminare, ma si dubita delle sue parole quando potrebbero scagionare gente sotto processo. Dice Totò Riina: con Nicola Mancino non ho mai avuto contatti. Partono le interpretazioni: ha voluto dire che li ebbero altri mafiosi. Non solo lo si aiuta, ma gli si suggeriscono anche le battute.

 

Scrivere queste cose può essere rischioso. Avverto i lettori che devo già fare i conti con una querela (per un intervento radiofonico, Rtl 102.5), presentata da un magistrato che non ho nominato e altri che non sapevo esistessero. Mi chiedono 600mila euro, affermando che le mie parole sono sconcertanti al pari di quelle di Riina (boom!), che aveva promesso la morte a taluni inquirenti, perché avvertii il pericolo che quelle del mafioso potessero essere diffuse da magistrati. Magari per mettersi in luce o far carriera. Già, peccato che quando uscirono le prime intercettazioni il ministro della giustizia, allora Anna Maria Cancellieri, corse a chiarire che non erano certo esondate dal Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria), dipendente da quel ministero. E peccato che qualche tempo dopo il giudice dell’udienza preliminare di Catania abbia rinviato a giudizio un magistrato, proprio per la diffusione di quel materiale. Immagino non per altruismo informativo. Oh, intendiamoci: per me resta valida la presunzione d’innocenza. Spero che possa essere assolto. Come spero che, se colpevole, non sia solo condannato, ma anche buttato fuori dalla magistratura.

 

Fatto è che dalle prime immagini e parole (diffuse con i sottotitoli, per i non ablanti l’idioma di Trinacria) si è passati al diluvio. Il costume siculo, consustanziale alla disciplina mafiosa, prevede che “una parola è picca e due sunnu assai”. Qui c’è un pezzo da novanta affetto da logorrea, pronto a indicare chi sparò a chi e a rivendicare per sé il ruolo di catticatticattivissimo. E il mondo dei matti pubblica e diffonde.

 

Non sono in grado di stabilire quale sia la rilevanza processuale di quelle intercettazioni ambientali, posto che vengono depositate a chili nel fascicolo del processo sulla presunta (spero non mi querelino, per questo “presunta”) trattativa Stato-mafia. A occhio esterno, al momento, l’unica cosa pertinente è a favore di uno degli imputati. Ma i processi si deve conoscerli dall’interno, sicché mi taccio. Ciò che si può dire, però, è che la dottrina secondo cui ogni documento depositato è automaticamente a disposizione delle redazioni, con l’aggravante che essendo pacchi di roba c’è sempre una guida che aiuta a trovare i passi salienti, ha portato alla perdizione. Così il processo penale diventa un piacere al mafioso, contribuendo al suo delirio d’onnipotenza.

 

Muto, è il mafioso della tradizione. Diarroico, questo macellaio analfabeta. Analfabeta e minchione, se non suppone di avere a che fare con un provocatore, criminale come lui, ma al servizio della sbirraglia. O analfabeta e furbacchione, se intuendolo lo usa. Nel qual caso son minchioni gli altri, che diffondono. Sta di fatto che blaterando indica avversari sostanzialmente mediatici, come se la mafia puntasse ad avere un alto indice di gradimento televisivo. E indicandoli finisce con il maledire un prete molto attivo, benedicendo il papa. Ed ecco subito gli esegeti: disse quelle cose prima che Bergoglio condannasse i mafiosi. Perché, c’era qualche dubbio che lo facesse? Che, magari, invitasse a processioni con inchini sempre più espliciti? Roba dell’altro mondo. Un mondo nel quale l’isolamento cementificato, il terribile 41 bis, si traduce in comizio amplificato. Quel mondo è il nostro. Purtroppo.

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