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  • 20140731 - In ricordo di Giovanni Spadolini

A vent'anni dalla scomparsa

In ricordo di Giovanni Spadolini

Riceviamo e pubblichiamo un intervento svolto al Seminario LiberlPD di Amelia il 5 aprile 2014

di Antonio Duva - 31 luglio 2014

Ho trovato bella e appropriata la scelta di inserire in questo nostro seminario di Amelia un ricordo di Giovanni Spadolini a vent’anni dalla morte e ringrazio i LiberalPD ,e gli amici Enzo Bianco e David Bogi in particolare, di avermi chiesto di parlarne.

Spadolini è stato uno storico autorevole, lucido e appassionato del Risorgimento e dell’Italia moderna; è stato un grande giornalista che, giovanissimo, giunse alla direzione di testate importanti come il “Resto del Carlino” e il “Corriere della Sera”; è stato un prestigioso leader politico; è stato un uomo di Governo e delle Istituzioni (Presidente del Consiglio, responsabile di ministeri di rilievo, Presidente del Senato) per un lungo arco di tempo: da quando, nel 1972, Ugo La Malfa gli chiese di capeggiare la lista del PRI per il Senato a Milano. Ripercorrere oggi, analiticamente, i diversi aspetti della sua complessa personalità e il suo intenso itinerario culturale e politico assorbirebbe troppo tempo e richiederebbe capacità ben maggiori di quelle di cui io dispongo. Del resto la figura e l’opera di Giovanni Spadolini sono ben presenti nel dibattito pubblico grazie all’impegno di alcuni studiosi e, in particolare, a quello di Cosimo Ceccuti e della Fondazione Nuova Antologia da lui guidata con straordinaria dedizione. E’ un’opera, quella di Ceccuti e della Fondazione, tenace, di grande valore e ricca di risultati.  Utilizzerò perciò lo spazio che mi è stato assegnato solo per proporre qui qualche riflessione legata all’azione politica di Giovanni, al suo grande contributo per il rinnovamento della cultura democratica; ma questa di stamattina è anche un’occasione per testimoniare il debito intellettuale che molti di noi –che ancora provano, pur in un contesto tanto diverso, passione civile e politica – sentono profondamente di avere nei confronti non solo delle sue idee ma di ciò che l’esempio della sua vita e della sua etica del lavoro ci ha lasciato.

Sono convinto del resto che in una manifestazione dedicata a “costruire il presente per progettare il futuro” , come quella che si è aperta qui ieri, è utile soffermarsi anche sulle radici della nostra cultura politica, della cultura quindi del riformismo moderno, alla quale si ispirano i LiberalPD. E questo vuol dire riflettere sugli uomini che questa cultura l’hanno espressa al meglio; quindi parlare oggi di Spadolini, così come domani saranno ricordati Antonio Maccanico e altri significativi esponenti della cultura liberale e democratica dell’Italia repubblicana. Ma vale la pena parlarne non per abbandonarci al richiamo, seducente ma ingannevole, della nostalgia o con intenti meramente celebrativi. Può servire , invece, penso, soprattutto a vantaggio di quanti appartengono a generazioni più giovani, cercare di far emergere dai ricordi quanto ci può essere di aiuto davanti ai nodi, alle incognite , alle tante sfide di oggi. In fondo anche questo , mi sembra, è un modo di dare un contributo al dibattito del Pd con l’obiettivo di rendere questo Partito sempre più vicino a quell’idea che ne ha generato la nascita ma che troppo spesso, in passato, è stata frenata da certe scelte o, peggio, da non scelte. Ora quel tempo è finito. Davanti a noi sta una occasione straordinaria, straordinariamente difficile, ma affascinante.

E’ stata assunta la piena responsabilità – politica, tutta politica- del governo del Paese. Ora occorre dimostrare che il Partito Democratico può davvero essere il partito di un’altra Italia : quell’Italia della modernità, del merito e di una giusta socialità per troppo tempo soffocata e avvilita dal groviglio degli interessi corporativi, dalle chiusure mentali e dal peso del malaffare. A questo scopo è cruciale, a me pare, che si consolidi la svolta impressa con l’ultimo Congresso e si dia slancio al Pd come una grande forza unitaria, vitale, aperta: in grado perciò di conquistare il consenso della parte più attiva e intellettualmente libera della nostra società; quella più coraggiosamente disposta a mettersi in gioco per cogliere tutte le potenzialità che il nostro tempo – pur fra tante incognite e rischi – offre anche all’Italia. E’ in questo senso che ripensare alla figura di Giovanni Spadolini, alle sfide- ardue e , sotto certi aspetti, ancor più drammatiche di quelle attuali -che egli si trovò ad affrontare negli ultimi decenni del Novecento, può fornire elementi di riflessione feconda. Ne proporrò, cari amici, solo pochi, senza nessuna pretesa di organicità . Mi scuso anzi in anticipo, se risulterò schematico, per evitare di dilungarmi troppo.

Il primo riferimento che credo opportuno fare riguarda l’idea di partito. Spadolini assunse la segreteria del Pri nel settembre del 1979. Fedele alla visione di La Malfa , egli raccoglie l’idea-forza del leader appena scomparso e ne fa il perno della sua iniziativa politica. La sua tesi è che sia urgente mettere a punto uno strumento in grado di “configurare una democrazia riformatrice” capace di imprimere un nuovo corso al Paese, un autentico new deal. L’Italia , grazie ai progressi compiuti a partire dalla ricostruzione post bellica , aveva all’epoca già conquistato un posto di rilievo fra le società di massa dell’Occidente avanzato. Ma alla fine degli anni ‘70 il Paese è assediato dal terrorismo e tormentato da alta inflazione e gravi tensioni sociali. Dunque, per il suo risanamento, occorre una svolta decisa. Affinché l’Italia riprenda a crescere e contro i suoi vecchi e nuovi gravi squilibri serve una forza politica in grado di esaltare i caratteri di una democrazia moderna e i valori di tolleranza, libertà e pluralismo. C’è un’ analisi di fondo che Spadolini riprende dal pensiero di Ugo La Malfa, in particolare dalle elaborazioni che caratterizzano la fase finale della battaglia del grande leader che, sul finire degli anni Settanta era appena scomparso. Alla base del conflitto sociale, avvertiva La Malfa nei suoi ultimi interventi, ormai non c’è più solo l’antagonismo fra salari e profitti ; pesa in modo crescente il contrasto fra salari dei lavoratori e i redditi dei ceti non direttamente produttivi o, peggio, parassitari. Si tratta di un’analisi che La Malfa approfondì in modo particolarmente incisivo nel suo ultimo grande discorso pubblico. Quello pronunciato, poche settimane prima della morte, il 4 febbraio del 1979 , al teatro Nuovo di Milano e significativamente intitolato: “Non è in crisi il capitalismo”. Ricordo bene quella manifestazione nella quale ebbi l’onore di dare io stesso la parola a Ugo La Malfa; ricordo il clima politico e sociale teso e difficile di quei giorni, mentre la stagione della “solidarietà nazionale” giungeva al suo epilogo; ricordo, in particolare, i commenti positivi che, subito dopo il comizio, espresse Spadolini colpito e interessato dalle tesi esposte da La Malfa. Il vecchio leader aveva sostenuto con passione come fosse urgente , di fronte a una situazione tanto drammatica e complessa per il Paese, una reazione nuova e forte della politica. In sintonia con queste intuizioni Spadolini, pur nel solco degli indirizzi storici del Partito repubblicano, punta perciò a un progetto più ampio e ambizioso.

E’ un progetto che avrebbe iniziato a coltivare nel periodo, a cavallo fra il 1981 e il 1982, in cui aveva avuto la guida del Governo e che avrebbe proseguito poi, con sempre maggiore impegno e convinzione , da Segretario del Pri. E’ al Congresso nazionale di Milano dell’aprile del 1984 che questo disegno viene presentato nella forma più compiuta. “Collochiamo il Pri – propone Spadolini in quella assise - in un’area non identificabile con i luoghi comuni della topografia politica”. Questi – osserva lo studioso fiorentino che ormai è calato a pieno nella lotta politica - sono fondati su elementi che hanno perso significato nella realtà, profondamente mutata, della società italiana “così complessa, così articolata, così variegata nei suoi centri di influenza e di irradiazione ideale”.

Ecco quindi la nuova prospettiva: un “partito della democrazia”, definizione che riprende quella usata da Luigi Salvatorelli, il grande storico che condivise l’esperienza del Partito d’Azione nella stagione durante la quale nacque la Repubblica. Democrazia senza aggettivi. Un partito perciò, nella visione di Spadolini , “sottratto al ricatto delle etichette, interprete di un’Italia più moderna e civile , capace di spezzare le catene e i vincoli dei confessionalismi di opposto segno”. E’ questa l’idea di partito che Giovanni perseguì con tenacia – pur fra incomprensioni, contrasti e amarezze - sino all’estremo della sua battaglia in Parlamento e nel Paese. Ma quel disegno si integra e consolida con un altro punto fermo: l’urgenza di un rinnovamento profondo delle istituzioni della Repubblica. E’ un tema che Spadolini coltivò con decisione negli anni di Palazzo Chigi, quando cioè assunse - primo non democristiano a ricoprire quella carica dopo il varo della Costituzione – la guida del Governo. Da Presidente del Consiglio nei 14 mesi tra l’81 e l’82, in una non lunga, tormentata ma intensissima stagione, Spadolini dimostra che le idee chiare, il coraggio delle scelte e una volontà reale di cambiamento misurata sugli interessi dei cittadini possono scuotere un sistema politico invischiato nell’inconcludenza e viziato da molte zone oscure. In pochi mesi fa approvare una norma che pone fuori legge la loggia P2 ( “una mafia di laureati, ma sempre mafia” , la definisce); ottiene successi nella lotta al terrorismo; taglia sei punti dello spaventoso tasso d’inflazione che sta logorando il Paese, e per le nomine che il suo governo deve fare si discosta dalla deteriore pratica della spartizione fra i partiti. Faccio riferimento ad avvenimenti lontani nel tempo. Ma, visto che il tema è anche in questi giorni di attualità, consentite a me , che da oltre cinquant’anni seguo e m’impegno nella battaglia politica, affermare che aver allora portato personalità competenti e indipendenti come Umberto Colombo e Romano Prodi alla guida di grandi complessi pubblici come l’Eni e l’Iri rappresentò un atto di coraggiosa e autentica rottura e valse a Spadolini molti punti di credito e una forte crescita di popolarità presso i cittadini. Del resto Indro Montanelli, commentando l’azione di Governo del suo antico direttore, non mancava di sottolineare che “gli italiani non sono stupidi e sentono il profumo di bucato della camicia di Spadolini: un uomo non ricattabile”.

Ma torniamo al rinnovamento delle istituzioni. Spadolini non è, in senso stretto, un giurista, ma tuttavia nella sua esperienza la capacità di analisi dello storico si intreccia strettamente con la sensibilità e l’intuito del giornalista. Questo lo porta a cogliere certi aspetti del suo tempo meglio e con maggiore immediatezza di tanti politici di professione e , soprattutto, a comprendere le attese vere dell’opinione pubblica; da questo scaturisce la sua convinzione di quanto la questione istituzionale sia stata trascurata da un sistema di partiti fattosi nel corso degli anni sempre più statico, pervasivo e arrogante. Intervenire in questo campo diventerà perciò un punto centrale della sua azione di governo. Lo fa ancor prima di formare il governo rivendicando con energia il rispetto del diritto di proposta dei ministri che ha il Presidente del Consiglio (art.92 Costituzione), caduto di fatto in desuetudine per l’invadenza della partitocrazia. E poi: sessione di bilancio; garanzie effettive al Governo circa “i tempi della decisione parlamentare sulle proprie iniziative programmatiche” (cioè , in altre parole, un impulso alla rivitalizzazione dell’art.72 della Costituzione); dare ai provvedimenti del Governo una “corsia preferenziale” che faccia anche da antidoto alla proliferazione dei decreti-legge; riorganizzare in profondità la struttura dei Ministeri, con al centro un ruolo più marcato della Presidenza del Consiglio, garante dell’unità e della collegialità dell’esecutivo.

Spadolini avverte che in Italia “la condizione istituzionale del governo in Parlamento è la più debole in tutto l’Occidente”. La conclusione, due anni più tardi, è cruda. “Siamo in uno Stato in cui al potere di decisione si è sostituito troppo spesso il potere di veto”, dirà a Milano. “Qualcosa abbiamo ottenuto ma è ancora lungo il cammino perché il diritto di decisione della maggioranza sia effettivo”. E’ un affermazione che mette a nudo un nodo cruciale della vicenda politica italiana degli ultimi decenni, perché , come l’esperienza dimostra, è proprio da una simile condizione, denunciata da Spadolini in quel lontano congresso del Pri, che sono derivati, anche in tempi recenti, pesanti limiti all’efficacia dell’azione di Governo. Dieci anni più tardi, nel maggio del 1994, svolgendo a Palazzo Madama quello che doveva essere il suo ultimo discorso in un’aula parlamentare e durante il quale negò la fiducia al primo governo di Silvio Berlusconi, Spadolini tornerà con assoluta coerenza su questi concetti. Il suo è un richiamo deciso, rafforzato da una esperienza che il lungo impegno nelle istituzioni ha costantemente accresciuto ma ha anche reso più amara.  “Dobbiamo rivedere la Costituzione, dobbiamo adeguarla alle esigenze di una democrazia funzionante, di una democrazia dell’alternanza ancora tutta da costruire”, dirà Giovanni in quel memorabile discorso. Un discorso dai toni alti, pervaso da accenti testamentari, pronunciato già sapendo probabilmente di essere minato dal male che meno di tre mesi dopo lo porterà alla fine.

La sintesi di quel richiamo è lapidaria: “Parlamento forte vuol dire Governo forte”. Non c’è in queste parole nessun cedimento a umori autoritari o a derive plebiscitarie. Lo dimostrano la ferma riaffermazione, fatta poco più avanti, che la Costituzione e i valori e i principi su cui è fondata rappresentano “un bene comune dell’intero Paese” e l’indicazione che l’auspicata modifica dei lineamenti costituzionali dovrà “essere il frutto di un dibattito da non confinare all’interno dell’angusto perimetro di una maggioranza”, da realizzarsi dunque sul terreno parlamentare e nel pieno rispetto delle procedure fissate dall’art. 138 della Costituzione. Spadolini è ben convinto che, soprattutto in una materia delicata e complessa come quella istituzionale, occorra agire con “prudenza e sagacia…. al di fuori di ogni facile dilettantismo”. Ripercorrendo questo testo vent’anni dopo e riflettendo sui concetti che vi sono esposti in modo così lineare a me pare che due indicazioni possono essere colte. Da un lato emerge, da parte di Spadolini, un sentimento di profondo rispetto, quasi sacrale, per l’istituzione parlamentare e per i suoi complessi meccanismi, la cui logica interna va sempre ben compresa poiché il Parlamento è un fattore essenziale di crescita della vita democratica del Paese. Dall’altro, con pari forza, si avverte che l’aspirazione all’equilibrio e a una meditata prudenza e la ricerca di scelte rigorose, propugnate da chi il Senato aveva presieduto con grande autorevolezza per sette anni, per quanto vadano scrupolosamente sottoposte al vaglio di quanti , nell’arena parlamentare, avanzano preoccupazioni anche legittime e fondate, non possono in ogni caso diventare un alibi per un immobilismo che a Spadolini appare sempre più ingiustificato. “Occorre che gli studi storici mantengano il contatto con il presente, fonte di ogni vita”, ammoniva Marc Bloch.  E Spadolini, storico acuto che portava un amore profondo per le Istituzioni, in tutta la sua lunga esperienza nella quale riflessione intellettuale e battaglie civili e politiche sono costantemente intrecciate, mostra di essere stato fedele a questa lezione del grande medievalista di Lione, martire della Resistenza francese. Non a caso Spadolini coglie quanto – già prima degli anni Novanta – era diventata forte nella coscienza pubblica un’ esigenza di cambiamento anche sotto il profilo istituzionale e quanto fosse perciò urgente che la politica desse risposte nette su questo punto decisivo e su quello, al quale è legato strettamente, del rinnovamento delle norme elettorali. Trascorsi da quei giorni quattro lustri e tornati in primo piano nel confronto politico e parlamentare questi argomenti, penso che si debba ammirare la lucida capacità anticipatrice di un leader intelligente e coraggioso. Ma dobbiamo anche tornare a denunciare le pigrizie, i ritardi, le colpe di una classe politica che quei problemi ha lasciato per troppo tempo incancrenire e che ora è costretta – come abbiamo sentito ieri – a una rincorsa disperata sotto la spinta del nuovo Governo. Il sentimento che suscita il ricordo di Spadolini si lega perciò al carattere nitido e incisivo e all’attualità delle proposte alle quali dedicò tante energie: il tentativo di dare vita a un Partito della democrazia senza aggettivi ; l’impegno per portare avanti profonde riforme istituzionali.

In una Roma soffocata da una grigia, spaventosa cappa di afa , il 5 agosto del ’94, l’Italia ufficiale dava l’ultimo saluto a Giovanni Spadolini. A rito quasi concluso, sotto le ampie volte della chiesa di Santa Maria sopra Minerva, risuonò un’invocazione non formale ma molto umana, carica di accenti quasi disperati. La pronunciò con impeto il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro: “ Giovanni non ci lasciare, rimani con noi!”. Ma, per fare l’Italia migliore e per progettare un futuro degno, a ben vedere, siamo noi che invece non dobbiamo lasciare Spadolini: dobbiamo, penso, attingere più largamente al suo patrimonio ideale e agli esempi, così attuali, del suo laicismo sereno, del suo rigore morale , del suo sforzo costante di interpretare a pieno gli interessi generali del Paese.

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