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Public Policy

L'sms del sottosegretario

Csm ai Ferri corti

Il voto di Cosimo Ferri per il rinnovo del Csm è legittimo, come la speranza di chiudere per sempre porte girevoli tra politica e giustizia

di Davide Giacalone - 08 luglio 2014

Non era un sms di beneficienza, quello di Cosimo Ferri, ma di propaganda. Eppure è stato un gesto generoso, assai più significativo ed esplicativo di formule del tipo: “chi giudica non nomina e chi nomina non giudica”. Il politico-governante-magistrato è riuscito, in pochi caratteri, a dimostrare: a. perché il Consiglio superiore della magistratura non è più (da molto tempo) quello previsto dalla Costituzione; b. perché la correntocrazia lo ha irrimediabilmente corrotto; c. perché il rimedio non può consistere in qualche aggiustatina del sistema elettorale, ma nella riconduzione nei binari costituzionali dell’intero capitolo magistratura e giustizia.

 

Ieri Cosimo Ferri s’è recato alle urne e ha votato per il rinnovo del Csm. La cosa è del tutto legittima, dato che è e rimane un magistrato. Matteo Renzi ritiene che il suo sms, con il quale suggeriva ai colleghi alcuni nomi da votare, sia indifendibile. Sbaglia: se vota ha tutto il diritto di fare campagna elettorale, ovviamente per chi gli pare. Curiosa la posizione dell’Anm: la campagna elettorale del sottosegretario nuoce all’autonomia della magistratura. Condivisibile, ma solo se la si legge anche al contrario, però: le campagne elettorali dei magistrati nuocciono all’autonomia della politica. Dov’era l’Anm, mentre i magistrati non solo si candidavano e governavano, ma anche fondavano partiti? Poteva inalberarsi quando si è stostenuto che i magistrati sono cittadini come tutti, e non solo ora, sostenendo che un sottosegretario non è un magistrato come gli altri. Renzi, del resto, doveva porsi il problema quando nominò Ferri sottosegretario, sia con riferimento alla singola persona che al generale ruolo della magistratura. Già, perché Cosimo ha ereditato da suo padre, Enrico, fra le altre e personali cose, due caratteristiche: come il padre fa il magistrato; come il padre dalla magistratura è passato alla politica e al governo. Nominandolo, sia Enrico Letta che Renzi, non s’accorsero di quanto sia curiosa tale ereditarietà?

 

Enrico Ferri era socialdemocratico, divenendo anche segretario di quel partito, poi forzitalista, quindi uderista (il che gli fruttò, quando Romano Prodi volle Clemente Mastella al ministero della giustizia, il berretto di capo dell’Ucai, che, presso quel ministero, sarebbe l’Ufficio Coordinamento Attività Internazionali, quali non si sa). Non si può certo definirlo statico. Prima di dedicarsi ai partiti fu eletto membro del Csm, nonché capo della corrente Magistratura indipendente. Divenne famoso in quanto magistrato, mettendo a frutto la popolarità con un trasloco in politica. Forse lo ricorderete per le sue battaglie sui limiti di velocità. Più probabilmente lo ricordate per le foto e le presenze in televisioni: innumerevoli. Il figliuolo prese dal babbo la vocazione, sicché non solo superò il concorso per entrare in magistratura, ma dimostrò un vero talento nel raccogliere voti e preferenze: prima per farsi eleggere al Csm (come papà), poi fra i dirigenti dell’Associazione nazionale magistrati (dove fu il più votato, rappresentando la corrente di Magistratura indipendente, quella paterna). Ora è al governo e da lì sostiene gli amici, impegnati nella scalata che lui ha già alle spalle. Naturalmente nella corrente di famiglia. E’ sciocco prendersela con il suo prodigarsi. Il punto è tutt’altro: è immaginabile che un signore così pregno d’idee, convinzioni, manifestazioni elettorali e incarichi governativi torni, un giorno, ad accusare o giudicare gli altri, ivi compresi quelli come me, che scrivono di queste cose? A me pare vagamente abominevole.

 

Riassumendo: chi nomina magistrati nei posti di governo, o li mette nelle liste elettorali, e poi si lamenta della politicizzazione della magistratura e delle carriere, nel migliore dei casi ha le idee confuse.

 

Nessuno creda, però, che le colpe siano del casato Ferri. Se andate a leggere un testo clandestino, la Costituzione, così bello (secondo certuni) da lasciarlo intonso, potete utilmente leggerne l’articolo 104. Lì scoprirete che i membri “laici”, equivalenti a un terzo dei componenti ed eletti dal Parlamento in seduta congiunta, sarebbero dovuti essere “professori ordinari d’università in materie giuridiche ed avvocati dopo quindici anni d’esercizio”. Fra loro si sceglie il vice presidente, posto che la presidenza tocca al Colle. Scorrete l’elenco, a ritroso, dei vice presidenti: Vietti, Mancino, Galloni … tutti politicissimi, tutti partitanti, ministri, parlamentari. Rispondevano al requisito costituzionale, certamente, ma non alla caratteristica: studiosi rappresentanti la dottrina e l’esperienza. Sapete quanti sono gli avvocati italiani con più di 15 anni d’anzianità? Ve la immaginate la lezione di Nicola Mancino? Morale: il 104 è stato snaturato e il Parlamento ha inviato colleghi non esclusi dal requisito. Di rimando, i magistrati hanno inviato colleghi dei colleghi: politici e sindacalisti. Non tutti, ma troppi. Non c’è da meravigliarsi, quindi, se il Csm s’è trasformato in un organo politico. L’ultimo ad opporsi a questa deriva fu Francesco Cossiga. Il secolo scorso.

 

Concludendo: Cosimo Ferri ha ragione, il suo sms è legittimo. Spero sia legittimo anche sperare che un tale sistema sia raso al suolo, non somigliando neanche lontanamente all’autogoverno tutelante l’indipendenza dei magistrati, ma incarnando la travolgente e insana politicizzazione, partiticizzazione e sindacalizzazione della giustizia. Vedremo cosa pensa di fare il governo, quando dalla generica dozzina si passerà a roba meno insulsa.

 

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