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Patrimonio e debito pubblico

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Non si svende il Paese come fatto con l'isola veneziana di Poveglia. Vanno aggregati pacchetti che consentano valorizzazioni importanti, che attraggano investitori internazionali

di Davide Giacalone - 05 luglio 2014

Vendere l’Italia come se fosse un’asta fallimentare è l’esatto opposto di usare il valore del patrimonio per abbattere il debito. Incassare un’offerta di 530 mila euro per un’isola veneziana (Poveglia) non significa che quello è il valore offerto dal mercato, ma che è fuori dal mercato e dal mondo la procedura utilizzata. Queste operazioni si fanno in maniera radicalmente diversa: 1. si aggregano pacchetti che consentono valorizzazioni importanti; 2. si chiamano investitori da ogni parte del mondo, con annunci sulla stampa internazionale. Qui, invece, si vendono conventi e castelli come se fossero la stamberga lasciata libera dalla nonna defunta.

“Venghino signori venghino”. Si scomodò il presidente del Consiglio, per mettere all’asta quattro scarcassoni, supponendo che ci fossero in giro feticisti disposti a spendere per potere possedere l’auto nella quale pose le terga il ministrucolo di turno. Per vendere isole e palazzi storici, invece, il demanio procede a umma-umma, sbriciolando il patrimonio e chiamando a concorrere quello stesso mondo fallimentare che al ministrucolo fece da corte. Così le cose si svendono, deprezzano, maltrattano. Impoverendoci tutti. Così stando le cose le aste meglio riuscite sono quelle andate deserte.

Ci sono due strade, che possono essere degnamente imboccate. La prima consiste nel convincere gli altri europei a creare un fondo comune delle dismissioni immobiliari, costruendolo in modo tale che i conferimenti generino immediatamente una parte della liquidità relativa al valore stimato (mettiamo l’80%). Il fondo può agevolmente finanziarsi con bond europei, che non susciterebbero la ribellione di taluni (leggi Germania e Olanda), perché non comporterebbero una federalizzazione dei debiti nazionali, essendo garantiti dal patrimonio conferito. Il fondo avrebbe il compito di vendere, per far questo utilizzando soggetti professionali di primo livello, selezionati nel mondo, e attirando investimenti altrettanto globali. Una volta effettuate le vendite queste genererebbero la retribuzione degli intermediari e si potrebbe poi conguagliare con il Paese conferitore (se vendi a 100 e hai anticipato 80 giri la differenza, al netto delle commissioni). La seconda consiste nel fare la stessa cosa, ma a livello nazionale. In questo caso non ci potrebbero essere bond, dato che il patrimonio è lo stesso oggi messo a garanzia del debito, ma si potrebbe portare in Borsa il veicolo societario approntato. Stiamo parlando di valori che superano, solo per l’Italia, i 500 miliardi. Anche in questo caso si devono chiamare operatori professionali di livello globale, senza riserve di caccia per gli amichetti rapaci e incapaci. La prima è migliore della seconda, ma la seconda è mille volte preferibile al sistema che si sta utilizzando.

Il patrimonio immobiliare, inoltre, potrà essere adeguatamente valorizzato se nelle condizioni di vendita sono già illustrate le condizioni d’uso (quel che si può fare e quello che no) e quelle fiscali. Nessuno investe in un Paese in cui non esiste il diritto e il rispetto del contribuente, talché a ogni conto sbagliato corrisponde una nuova tassa adottata.

Sarà bene ricordare che, per uno Stato come per una famiglia, il patrimonio si vende una volta sola, mentre i debiti non estinti si pagano per sempre. Siccome il patrimonio si accumula negli anni (nei secoli), mentre la liquidità che se ne ricava si è in grado di mangiarsela nei mesi, la sola cosa moralmente accettabile è che il patrimonio di tutti serva ad alleggerire tutti dal debito collettivo e dal suo insopportabile costo. Visto che si inalberano in tanti se i tedeschi ci mandano a dire una cosa ovvia, ovvero che il debito crescente non propizia lo sviluppo, ma la miseria, lasciate che sia un cittadino italiano, contribuente, a dire che se il patrimonio viene in quel modo gestito allora è preferibile evitare ogni operazione, lasciandolo a marcire dove si trova. Non è un affare, ma, almeno, non è neanche un malaffare.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario