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Come conciliare crisi economica e rispetto dell’ambiente?

"Yes, you can...go green"

Mentre altrove si investire sulle energie pulite, in Italia si adotta una linea negazionista

di Flaminia Festuccia - 04 maggio 2009

I fautori della decrescita sono pronti a gioire: l’inquinamento a Pechino nell’ultimo trimestre è diminuito del 25%, ed è tutto “grazie” alla crisi economica. Le imprese chiudono, i consumi si riducono, le emissioni di CO2 calano. La notizia arriva nella “Giornata della Terra”, negli stessi giorni in cui si è svolto,
a Siracusa, il G8 ambiente.
Tra energia verde, specie a rischio e biodiversità, il tema che serpeggia sottopelle è sempre: come conciliare crisi economica e rispetto dell’ambiente? Gli integralisti sostengono con forza la loro tesi: sarà il declino a venire in aiuto all"ambiente. Tesi che sembra avvalorata dai dati che arrivano da ogni parte del mondo. I Suv superinquinanti rimangono invenduti, la popolazione delle grandi città, per risparmiare, riscopre i mezzi pubblici, va al lavoro a piedi o in bicicletta. Le compagnie aeree riducono i voli e le navi portacontainer dimezzano i tragitti. Nei paesi come la Cina, che crescono in modo dinamico quanto disordinato, decine di migliaia di imprese si sono trovate disarmate di fronte al calo dei consumi e sono state costrette a chiudere.

Un fenomeno simile si era visto solo con il collasso dell"Unione Sovietica, racconta lo scienziato ambientale Kenneth Rahn, dell"Università del Rhode Island, autore di studi sull"inquinamento atmosferico in Cina. Ma quando la riduzione dello smog è solo conseguenza dell"impoverimento, ricorda Rahn, i suoi effetti non possono essere durevoli, e portano a conseguenze peggiori sul lungo periodo. Come il crollo degli investimenti nelle tecnologie "verdi", e il blocco di progetti che coinvolgono energie rinnovabili (la costruzione di centrali eoliche o idroelettriche, o le campagne di incentivi per l"installazione di pannelli solari). E la diminuzione del costo del greggio fa sì che le compagnie petrolifere stiano abbandonando la vocazione ecologia che si erano scoperte durante l"impennata dei prezzi e il conseguente crollo dei consumi.

Per questo i governi di Usa e Cina stanno lavorando per invogliare le imprese in difficoltà a investire sulle energie pulite. "Yes, you can...go green" sembra essere il nuovo motto dell"amministrazione Obama, e il piano di stimolo cinese di 586 miliardi di dollari include fondi per tecnologie più efficienti e infrastrutture che rispettino l"ambiente. La recessione da sola non può fare tutto il lavoro, ma è vero che, con gli opportuni incentivi, imprese e intere nazioni che non tenevano in gran considerazione il business verde, per approfittare di aiuti e agevolazioni potrebbero scoprire i vantaggi dello sviluppo sostenibile.

Sa un po" di ricatto, ma forse è il caso in cui il fine può giustificare i mezzi. Anche perché l"applicazione mondiale del protocollo di Kyoto è sempre stata una nota dolente, date le differenze di sviluppo con cui gli stati si sono affacciati all"emergenza ambientale. Se il mondo occidentale ha potuto vivere le sue fasi di boom in decenni in cui l"ecologia non era ancora un problema né una moda, le economie emergenti si sono trovate alle prese con paletti e restrizioni proprio quando avrebbero voluto (e forse dovuto) allentare un po" le redini sul collo a imprese e imprenditori appena usciti dall"ottica della pianificazione statale.

Uno dei punti più caldi discussi al G8 ambiente, infatti, rimane ancora proprio il protocollo di Kyoto, visto come un"ulteriore imposizione in questi mesi, quando i governi devono già fare fronte a economie in difficoltà, industrie che rischiano la chiusura: gli si può anche imporre, se lo sviluppo è così poco, che sia anche "sostenibile"?

Una domanda lecita, ma sembra che il nostro governo non l"abbia affrontata nell"ottica migliore. Una mozione presentata pochi giorni fa in Senato (firmata da 37 senatori del Pdl tra cui il presidente della Commissione ambiente Antonio D’Alì), chiedendo maggiore flessibilità nei parametri di Kyoto, ha adottato una linea negazionista: "il livello dell’acqua negli oceani non sta aumentando a ritmo preoccupante", "i ghiacciai basati su terraferma nelle calotte polari non si stanno sciogliendo", "il numero e l’intensità dei cicloni ed uragani tropicali non sta aumentando", "negli ultimi dieci anni la temperatura media al suolo dell’atmosfera terrestre non risulta aumentata", si può leggere nel documento.

Giusto, ora che la crisi ha fatto calare vertiginosamente il prezzo dei combustibili fossili, chi ci pensa più a investire nelle energie alternative? Non certo le autonomie locali. Per citare solo una caso, in Sicilia, Vittorio Sgarbi, passato a critico d"arte a sindaco di Salemi, si scaglia contro l"eolico che definisce "stupro del paesaggio e della natura, e soprattutto mafia".

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario