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Un guaio chiamato conflitto di interessi

Workflow di cassa poco redditizi

A Telecom l'onore e l'onere di investimenti immobiliari sbagliati

di Davide Giacalone - 27 maggio 2007

Il conflitto d’interessi esiste anche dove la politica fa di tutto per non vederlo. Il più pericoloso è quello nascosto, che distorce il mercato e brucia ricchezza di molti a favore di pochi. Senza usare tecnicismi, con pochi concetti, ecco perché la sorte degli immobili di Telecom Italia ha rilievo e conseguenze generali. Dunque, a partire dal 2002 la Telecom comincia a vendere immobili che le sono necessari per lavorare (in alcuni sono contenute le centrali), quindi incassa il corrispettivo ma stipula con il compratore dei contratti d’affitto. Questi hanno un rendimento tale che nel corso della loro validità l’investimento è ripagato interamente, mentre Telecom ha più soldi in cassa, perde valore patrimoniale e deve pagare, per sempre, gli affitti. Siccome la Telecom che vende è amministrata dagli uomini di Pirelli, e fra chi acquista c’è Pirelli, la cosa desta qualche perplessità.
Lo feci osservare già nel 2004, quando tutti tacevano. Il punto non è (solo) il prezzo d’acquisto, ma (anche) la destinazione dei soldi incassati. Dice, oggi, Puri Negri, amministratore di Pirelli Re., che l’idea di vendere c’era già prima, ed era venuta a Colaninno. Appunto. Infatti già durante quella gestione si pensò di scaricare dentro Telecom l’insostenibile debito contratto per potersene impadronire, solo che il mercato non consentì a Colaninno quel che poi Tronchetti Provera fece. Ma, portati gran parte dei debiti degli scalatori dentro la società scalata, la liquidità acquisita vendendo gli immobili non sarebbe stata libera di finanziare gli investimenti nelle telecomunicazioni, e quelle dismissioni non avrebbero avuto senso in assenza di debiti. Riassumendo: Telecom perde gli immobili assumendo l’onere finanziario degli affitti, ed i soldi incassati non vanno agli investimenti, ma a coprire il debito dei proprietari, al tempo stesso venditori ed acquirenti. Questo è stato possibile perché le autorità di controllo non imposero la trasparenza proprietaria (consolidamento), ed aiuta a spiegare perché la multinazionale dei primi anni 90 è divenuta un operatore regionale, mentre gli spagnoli di Telefonica facevano il percorso inverso. Il conflitto d’interessi, allora, non è un trastullo per perversi, né una sciocca bandiera di propaganda. E’ un guaio che paghiamo tutti.

Pubblicato su Libero di domenica 27

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