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La Chiesa tra Realpolitik e spionaggio

Wielgus e le vecchie “compromissioni”

Quando era politicamente scorretto parlare di Stato di polizia per i regimi comunisti

di Elio Di Caprio - 10 gennaio 2007

Nessuno si meraviglia che la Chiesa faccia politica ed abbia fatto politica nei secoli per mantenere la propria sopravvivenza istituzionale ed insieme accrescere l" influenza universalista della ragione cattolica. L"ha fatto e lo fa con efficacia preveggente se è vero, come è vero, che l"elevazione al soglio pontificio del primo papa polacco negli anni "80 in tempi di guerra fredda ha dato un contributo forse determinante al progressivo sgretolarsi dell"impero sovietico. La stessa scelta del successore di Giovanni Paolo II nella persona del teologo cardinale Ratzinger è anch"essa un preciso segnale di rafforzamento dell"identità cattolica in un"epoca di conflitti identitari e religiosi che possono alimentare la deriva terroristica.
La politica, come si sa, è l"arte del possibile e non dovrebbe meravigliare più di tanto la forzata ambiguità che ha costretto nel novecento la Chiesa cattolica a destreggiarsi tra i totalitarismi al potere, per ricavarne il minor danno possibile e porre le basi per una rinnovata presa di potere e di influenza in tempi migliori. L" “ostpolitik” del cardinale Casaroli, la sua apparente o vera apertura pragmatica ai regimi comunisti al potere, in parte osteggiata dalle gerarchie ecclesiastiche di allora, ha consentito di aprire nuovi spiragli di azione ad una comunità cattolica spesso osteggiata se non perseguitata dai regimi comunisti dell"est per i quali ogni credo religioso collettivamente praticato era considerato una spina nel fianco della religione marxista al potere. E" una storia dell"altro secolo, ma tutto ciò accadeva solo venti anni fa, è storia di ieri. Tanto è vero che ancora oggi, con la vicenda del vescovo spia Wielgus in Polonia sono di nuovo venute alla luce le vecchie compromissioni, la real politik che costringeva i singoli esponenti della Chiesa a fare i conti con la propria coscienza e con le ragioni della sopravvivenza. Certo c"è stata una bella differenza tra l"attività del vescovo-spia Wielgus, venuta alla luce solo ora probabilmente per una resa dei conti negli ambienti cattolici polacchi e il martirio di padre Popieluzsko, il cappellano di Solidarnosc ucciso nel 1984 da agenti della polizia segreta polacca . Ma è bene non dimenticare che il sistema totalitario dell"est ha esteso la sua rete di controllo, per più di quaranta anni, su tutti i singoli cittadini, cattolici e non, costringendoli senza esclusione a prendere posizione, a difendersi o a compromettersi nei mille atti della vita quotidiana, senza nemmeno disporre dell"alternativa dell"espatrio.
Le cronache odierne sulla vicenda del vescovo-spia ci ricordano come fosse pressoché impossibile nei Paesi comunisti ottenere il passaporto dell"espatrio senza passare prima per un colloquio “chiarificatore” con i servizi segreti: il problema era solo di quanto promettere in cambio e di quanto potesse essere concesso, magari solo a parole, ad una routine di spionaggio che riguardava tutti indistintamente. Probabilmente lo stesso Wielgus si sarà chiesto all"atto di firmare l"accordo di spionaggio con i servizi segreti polacchi quanti altri prelati, a lui sconosciuti, avevano esplicitamente o tacitamente accettato di collaborare senza scandalo interiore. Per noi che abbiamo avuto la fortuna di vivere in un regime di libertà per tanti anni è difficile comprendere a fondo la logica di uno Stato di polizia che inibisce ciò che noi riteniamo normale, tanto da far arretrare le soglie di resistenza della psicologia collettiva a quanto viene imposto dal partito unico.
Se per noi Jan Palach che si brucia vivo per protestare contro l"invasione sovietica della Cecoslovacchia del 1968 resta un eroe, non è detto che la sua vicenda abbia avuto il medesimo impatto per i cecoslovacchi, già umiliati e impauriti per gli ulteriori giri di repressione che sarebbero potuti conseguire ad altri atti eroici dello stesso tipo.
Se “così fan tutti” perchè il vescovo-spia avrebbe dovuto avere dei soprassalti di coscienza e rifiutare una compromissione che magari egli riteneva di dominare o di sviare? Il caso di Wielgius appare ora più grave perchè coinvolge quella gerarchia ecclesiastica che in Polonia aveva sempre costituito, nell"immaginario collettivo, l"unico e ultimo argine al diffondersi della “religione” comunista. Ma soprattutto dimostra il grado di prostrazione che milioni di cittadini europei hanno subito per la logica dei blocchi contrapposti: il controllo spionistico non veniva effettuato ad Est da un apparato autonomo nazionale proprio di ogni regime totalitario, ma da una vera e propria centrale collegata ad un sevizio straniero, il KGB dell"Unione Sovietica. Da noi in quegli anni i comunisti continuavano a mistificare la realtà dell"Unione Sovietica e dei Paesi satelliti, non parlavano mai di Stato di polizia a proposito di quei regimi, blateravano solo di eurocomunismo e di una nostra via autonoma, chissà perchè, al socialismo di Stato. Intanto facevano i primi passi per arrivare al compromesso storico con i democristiani e protestavano contro il dispiegamento a Comiso dei missili Cruise schierati a protezione del nostro mondo capitalista... Eppure la Polonia non era così lontana dall"Italia, bastava farci un viaggio.
Ma la real politik dei comunisti di allora non consentiva di dire la verità.

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