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I treni persi delle nuove tecnologie

Wi-max questo sconosciuto

Le frequenze sono solo uno degli ostacoli al Wi-max all’italiana. Di cui nessuno parla

di Alessandro D'Amato - 29 marzo 2007

Un’ombra sull’asta per l’assegnazione delle licenze, e un pericolo per chi vuole investire in questo mercato. Il Wi-max italiano ha un problema di frequenze, anche se nessuno lo ha messo alla luce finora. Lo standard utilizzato per questa tecnologia prevede 2.3, 2.5, 3.5 e 5.8 gigahertz, e le onde quindi possono passare attraverso pareti opache che vanno dai 13 – per i 2.3 gigahertz – ai 5 centimetri – per i 5.8 gigahertz.

Le frequenze messe in vendita dal ministero delle Telecomunicazioni, dopo un tira e molla durato anni con la Difesa, sono proprio da 3,5 gigahertz, ovvero non quelle in grado di superare ostacoli spessi ma quelle che sono in grado di superare soltanto le barriere sottili. In più, il Wi-Max “all’italiana” non consente il NLOS, ovvero la possibilità per due dispositivi di comunicare fra loro pur non essendo in vista diretta l’uno con l’altro, scavalcando così gli ostacoli che potrebbero frapporsi. Senza contare la poca banda a disposizione, che permetterebbe di avere internet a una velocità di molto inferiore rispetto a quella di una normale Adsl, visto che ogni “taglio” sarà da poco più di 5 megabit e mezzo, da dividere tra poche decine di utenti simultanei.

“Non capisco perché un operatore debba spendere dei soldi per avere bande protette, quando si può avere un collegamento punto a punto con visibilità ottica utilizzando bande e frequenze non protette”, dice Stefano Quintarelli, informatico che lavora nelle telecomunicazioni occupandosi di sistemi di identificazione e localizzazione in radiofrequenza, ed è stato tra i promotori di INet. “Bisognerebbe liberare le frequenze più basse, liberare i 120MHz che stanno in mezzo ai due segmenti 35+35MHz oggetto di questa assegnazione. Allora sì che l’assegnazione potrebbe valere un prezzo da pagare”.

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