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L’ascesa di un giovane nei Tory

“We need to change”. E noi pure

L’esempio inglese: Cameron e Blair insieme fanno 91 anni. Berlusconi e Prodi 133

di Antonio Picasso - 07 dicembre 2005

Bisogna cambiare. E se lo dicono i conservatori, vuol dire che è vero.

Il partito tory inglese non vince un’elezione dal 1992. Quindi, per tornare al numero 10 di Downing street, ha deciso di affidare la propria leadership a David Cameron. E di seguire, così, la strategia già adottata dai laburisti nel 1994. Allora, dopo gli anni di Margaret Thatcher John Major al governo, la sinistra inglese decise di affidarsi a un giovane e promettente avvocato di Edimburgo, Tony Blair. L’attuale premier britannico aveva 41 anni. E, con grinta giovanile, seppe traghettare il Labour party dalle posizioni superate della contestazione anni Settanta-Ottanta – dogmaticamente contraria alla deregulation della Lady di ferro – a quelle di primo partito britannico. E non solo, a raggiungere il record di tre governi laburisti consecutivi.

Oggi, Cameron dimostra doti simili a quelle che Blair sfoggiava quando fu investito della segreteria del partito. Oratore brillante, 39 anni, studi a Eton e Oxford e una carriera politica nemmeno tanto lunga. Dopo un’attività di consulente in comunicazione per la Carlton television, Cameron ha fatto da ghost writer per Thatcher e John Major. Ma è solo dal 2001 che siede ai Comuni, detenendo l’incarico di ministro dell’educazione nel governo ombra dei conservatori.

“We need to change”. Così ha iniziato il discorso di insediamento il più giovane segretario nella storia dei Tory dopo William Pitt il Giovane , di fronte ai suoi elettori alla Royal Academy di Londra. Promettendo, poi, di porre fine a una rappresentanza delle donne “scandalosamente” bassa in seno ai Tory e a un atteggiamento di sfiducia nei confronti della Gran Bretagna moderna. Il futuro partito conservatore dovrà essere “per bene, ragionevole, di buon senso”, ha detto il nuovo leader. E dovrà migliorare i servizi pubblici, impegnarsi nella protezione ambientale, migliorare la qualità di vita dei britannici, assicurare la sicurezza nazionale e internazionale e proteggere i pensionati.

E la stampa d’oltre Manica riconosce a Cameron doti di energia, spirito e ampiezza di visione. Alcuni lo chiamano l’anti-Blair, altri lo paragonano proprio a un giovane Tony. Le sue idee sono poco conosciute e il suo migliore argomento, dicono i suoi detrattori, è la sua età.

C’è qualcosa da imparare dalla politica britannica? Certamente. Cameron è il quinto leader dei conservatori da quando Margaret Thatcher si è dimessa da Primo ministro nel 1990. Un sintomo di instabilità interna al partito? Nessun dubbio. Ma anche di necessaria e inevitabile discontinuità. I tory hanno adottato l’esatto contrario del detto “squadra che vince non si cambia”. Sconfitto un candidato – l’ultimo ad aver perso il confronto con Blair a maggio 2005 è stato Michael Howard, di 64 anni – ne hanno sempre scelto un altro.

Secondo elemento l’età. Sia di Cameron, che di Blair. Insieme, fanno 91 anni. Berlusconi e Prodi 133. Ricambio, generazionale e professionale, quello che in Gran Bretagna si adotta a Westminster. Dove le tradizioni sono tanto radicate al punto che i Lords si riuniscono ancora con le parrucche. Ma dove gli stessi conservatori, i quali dovrebbero esserne contrari per definizione, adottano termini e atteggiamenti che richiamano al nuovo, al cambiamento e alla trasformazione.

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