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La fuga dei cervelli

Vorticità italiche

L'Italia deve cominciare a valorizzare le proprie innovazioni

di Davide Giacalone - 07 marzo 2012

A dispetto delle geremiadi, l’Italia è piena d’innovatori. Purtroppo è povera d’innovazione. La responsabilità ricade su un ecosistema, composto da università, diritto che regola il mercato e finanza che predilige la conservazione, penalizzando il rischio e il merito. I neolaureati che non trovano lavoro aumentano, mentre dovrebbe crescere il numero dei laureati. Siamo un Paese con le università che si piazzano male nella classifica mondiale della qualità, ma, al tempo stesso, siamo quello che sforna meno laureati. Ciò segnala che il problema non sta nella difficoltà degli studi, ma nella (presunta) inutilità degli stessi. Il caso del professor Fabrizio Tamburini, purtroppo, non è isolato.

Come spesso capita, nel mondo della ricerca e dell’esplorazione intellettuale, lavorando da astrofisico e studiando la luce e i buchi neri ha trovato una caratteristica delle onde elettromagnetiche: si distinguono non solo per frequenza e polarizzazione, come già si sapeva, ma anche per vorticità. Detta in soldoni: emettendole con un’antenna a spirale si aumentano le potenzialità dello spettro elettromagnetico, facendoci viaggiare informazioni da 10 a 600 volte più numerose. Una manna, per le telecomunicazioni, come anche per molte applicazioni, comprese quelle mediche (la storia delle comunicazioni è la storia di come si possa far viaggiare più informazioni in meno spazio e con minore peso: dalla carta velina della posta aerea alla compressione dei segnali digitali). Senza insistere ulteriormente nella semplificazione, il punto è che il lavoro di Tamburini è passibile di interessanti e succosi sviluppi commerciali. Il professore, però, è con la valigia in mano, in partenza verso lidi universitari che non gli facciano fare il precario a vita, con la favolosa remunerazione di 1380 euro mensili. Con il che torniamo a ragionare del sistema complessivo.

Non è un guaio che i cervelli viaggino, anzi. L’aria del mondo giova alla loro salute. E’ un disastro che viaggiando non arrivino in Italia (noi trattiamo un ingegnere indiano esattamente come un qualsiasi immigrato che viene qui, disposto a raccogliere pomodori ed essere pagato in nero) e che il sistema produttivo non sappia valorizzare le loro innovazioni. Le trattiamo come fossimo a Portobello, come cose curiose. Invece sono fruttuose. Siccome non mi piace unirmi alle lamentazioni sterili, passiamo ai tre possibili rimedi. 1. Il sistema universitario non solo non deve chiudersi al mercato, ma integrarlo. Interiorizzarlo. Basta con la dominazione umanistica, la cui unica indipendenza prodotta è quella dalla cultura. Gli studenti di valore devono fare tirocini nelle aziende, che valgano come studio, e le aziende che ne usufruiscono devono finanziare l’università. La ricerca deve stare in questo filone, che siccome non è ottuso finanzierà anche quella ardita, mentre chiuderà quella inutile. La premessa di ciò è la competizione fra università, il che comporta la cancellazione del valore legale del titolo di studio. Fa piacere che si sia avviata la consultazione pubblica, ma se si consultassero gli scritti di Luigi Einaudi si farebbe prima e meglio.

3. Le innovazioni già pronte per il mercato devono essere finanziate, in modo da non trovarci nella paradossale situazione di avere innovatori grandiosi e idee che vanno ad arricchire produttori stranieri. Le banche non sono in grado di assistere questo mercato, perché hanno perso la loro vocazione e chiedono garanzie non esigibili. Neanche Silicon Valley sarebbe mai nata, con questo genere di prestiti. Servono fondi che condividano il rischio, come serve una mentalità meno minuscola da parte degli innovatori. Ci si deve mettere assieme e si deve accedere al capitale di rischio. Nel mondo ce n’è molto. Si possono creare le condizioni anche in Italia. Ma non si può farlo per finanziare un singolo prodotto. Dobbiamo crescere, assecondando aspirazioni globali. Non dobbiamo barricarci in casa, coltivando lamentazioni rionali. C’è un’Italia che ha paura di quel che vale, e un’altra che fa paura (agli altri) per quanto vale. Alla prima s’è dato troppo, impoverendoci tutti. Basta così.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario