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Prendiamo esempio

Volkswagen

Una politica industriale efficace e lungimirante

di Enrico Cisnetto - 30 marzo 2012

Consiglio non richiesto a chi si sta dibattendo tra recessione, articolo 18 e spread che torna a salire: andatevi a guardare le 360 pagine di cui è composto il bilancio 2011 del gruppo Volkswagen. È una miniera di spunti per capire in quale direzione orientare la nostra industria, automobilistica e non, per carpire i segreti di un successo che ha dell’incredibile, se si considera che è conseguito in un settore, quello maturo dell’automotive, e in un continente, quello della depressa Europa, che certo non sono vantaggi preventivi per chi gareggia. Eppure, l’anno scorso i 10 marchi della casa tedesca, mettendo in campo ben 240 modelli, hanno venduto nel mondo 8,3 milioni di veicoli (+15% rispetto al 2010, ben un milione di mezzi in più) per un fatturato di 160 miliardi, cresciuto di oltre il 25%. Di conseguenza gli addetti sono cresciuti di oltre 100 mila unità, superando il mezzo milione. Dipendenti che sono stati premiati, dal numero uno Martin Winterkorn fino all’ultimo degli operai, con dei bonus legati a produttività e risultati raggiunti.

Ora, come è possibile che abbiano conseguito un successo che gli altri concorrenti si sognano? Inutile cercare particolari segreti, perché la risposta è una sola: hanno investito. Qualche decina di miliardi negli ultimi anni, più quelli che sono serviti per assicurarsi il controllo di Man (da integrare con Scania). Cui se ne aggiungono oltre 76 che saranno spesi nei prossimi cinque anni, di cui 14 in Cina dove probabilmente creerà uno specifico marchio low-cost. Ecco cosa fa la differenza: credere in una strategia di lungo termine, che consenta di creare sempre nuova offerta – oggi in cantiere ci sono ben 150 nuovi modelli – e acquisire quando le circostanze lo permettono marchi che vadano a completare la già vasta gamma del super-agglomerato (ieri i camion e i grandi motori diesel, domani forse le moto di un marchio di prestigio mondiale come la Ducati, che nel caso diventerebbe la quarta società italiana a entrare nel gruppo dopo Lamborghini, Bugatti e Giugiaro). Una strategia – di cui molto si deve a quello straordinario personaggio di Ferdinand Piëch, che nel 2002 passò a presiedere il consiglio di controllo dell’azienda di Wolfsburg dopo aver gestito per molti anni il consiglio di amministrazione – che ha richiesto e richiede lungimiranza, capacità di investire senza pretenderne i ritorni nel breve periodo. Il contrario delle abitudini nostrane, ma anche di molte aziende europee e anglo-americane. E che sia un problema di cultura imprenditoriale e manageriale, lo ha confermato in un dibattito a “Roma Incontra” anche un manager italiano, Massimo Nordio, che prima di Volkswagen Italia è stato a capo dell’unica altra casa automobilistica lanciata come quella tedesca verso quota 10 milioni di auto vendute nel mondo, la Toyota. Nordio, ora che ha conosciuto la mentalità giapponese e quella tedesca, sa bene cosa manchi all’industria italiana per giocare in serie A. Lui si schermisce, ma lo dico per lui: soldi, serietà, visione strategica. Tutto il resto è chiacchiera.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario