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Oltre Berlusconi

Voglia di giustizia

L'amnistia non serve senza un'organica riforma del sistema giudiziario. In ballo c'è la competitività del Paese

di Enrico Cisnetto - 11 ottobre 2013

Il cattivo funzionamento della giustizia italiana costa alle imprese italiane ogni anno oltre 3 miliardi, sommando i costi cui devono farsi carico per i ritardi nelle procedure fallimentari e per i ritardi nelle procedure civili di primo e secondo grado (circa il 40% del totale per ciascuna delle due voci) ai quali si aggiungono le spese burocratiche relative alle procedure fallimentari (20%). Anche la durata media di un processo civile – circa mille giorni quelli di primo grado, poco meno quelli di secondo – grava sulle imprese, tanto più gli oltre tremila giorni che occorrono per una procedura fallimentare. Basterebbero questi dati, e le relative ragioni sottostanti, per decidere di riformare in modo strutturale la giustizia e l’ordinamento giudiziario. Le ragioni civili, etiche e politiche che si possono aggiungere, e che riguardano principalmente la giustizia penale – il cui costo economico è rilevante ma difficilmente quantificabile –rendono poi ancora più cogente la necessità di intervenire.

Purtroppo, la ventennale vicenda politico-giudiziaria riguardante Berlusconi ha cancellato queste ragioni e trasformato la questione in puro strumento di lotta politica e di potere. Ora, dopo l’errore commesso da Enrico Letta di aver lodato lo stato di salute del diritto in Italia, pare che il tema sia tornato politicamente praticabile, grazie soprattutto al Capo dello Stato. Solo che lo si è preso dal lato dell’affollamento delle carceri e della necessità – sottolineata persino da un Papa e bollata da sentenze europee – di un loro ritorno a condizioni di normalità e umanità. Il che significa, nel breve, un loro significativo svuotamento, nella speranza che questo serva ad ammodernarle e renderle civili e dignitose, visto che nel migliore dei casi sono antiquate e inefficienti.

Bene, si dirà. Sì, se però non si ripetono gli sbagli commessi nel passato in occasione di provvedimenti di clemenza. E, soprattutto, se si evita l’errore capitale di non capire che non ci può essere iniziativa svuota carceri giusta senza una contemporanea riforma complessiva della giustizia. Anzi, senza capire che solo una riforma vera può ridurre in modo strutturale il numero dei carcerati. Perché se è vero, come purtroppo è vero, che quasi la metà dell’attuale popolazione carceraria – per la precisione il 41,2% – è in attesa di giudizio, è facile capire che è solo cancellando questa mostruosità della reclusione preventiva che si può combattere in modo serio e duraturo all’affollamento. Imputati in detenzione preventiva che avrebbero diritto ad un processo rapido, che invece dura anni, e che potrebbero essere liberati su cauzione, se solo s’introducesse nel nostro ordinamento lo strumento della cauzione, salvo i casi di reale pericolosità. Nello stesso tempo, invece, gli imputati realmente pericolosi vengono liberati perché la giustizia è incapace di giudicarli in tempi ragionevoli.

Insomma, tolta la folla di chi sconta una pena che non gli è mai stata comminata, il problema sarebbe risolto. E a quel punto l’amnistia – non l’indulto, che già nel 2006 ha dato cattiva prova – è necessaria non per le carceri, bensì per salvare la riforma dalle macerie dello spaventoso arretrato che concorre a rendere ingiusta la nostra giustizia. Ma questo presuppone che la riforma sia stata fatta, o quantomeno che marci parallelamente.

Proprio per questo è ora che la questione giustizia sia posta all’attenzione della politica da imprenditori e lavoratori. Se Confindustria e sindacati s’impegnassero a premere perché il governo inserisca la riforma nell’agenda delle cose prioritarie da fare, derubricando l’equivalenza “giustizia=Berlusconi”, forse tutto cambierebbe. D’altra parte, la necessità di considerare il sistema giudiziario come uno dei fattori cruciali della competitività di un sistema-paese, e di conseguenza rendere il nostro maggiormente efficiente, è cosa sempre più avvertita dagli imprenditori. Non solo per il carico economico che devono sopportare ma, soprattutto, per il fatto che il cattivo funzionamento della giustizia costituisce un grosso ostacolo che allontana gli investitori stranieri dall’Italia.

Certo, molto aiuterebbe se in seno alla magistratura emergesse quella corrente di pensiero – finora rimasta underground, ma molto più diffusa di quanto non si creda – che considera un errore, per la categoria e per la giustizia, il prevalere di quell’anima movimentista e giacobina che ha voluto ingaggiare una battaglia contro il potere legislativo e contro l’esecutivo, teorizzando il principio della giurisprudenza evolutiva con funzione latamente legislativa. Un’evoluzione, culturale prima ancora che pratica, che a sua aiuterebbe il potere politico a rendersi forte, riformatore, illuminato, liberale e lungimirante. Cioè le qualità che occorrono ad una classe politica e a un ceto di governo per fare ciò che in vent’anni nessuno è stato capace di fare.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario