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Lo spettacolo più bello del nostro Paese

Vizi e virtù di questo mondo rotondo

Ma se non si ripensa il sistema in chiave di business, indagini e sentenze sono inutili

di Enrico Cisnetto - 11 luglio 2006

Occhio agli alibi. Dopo il grande trionfo di Berlino, stasera arriverà l’esito del maxiprocesso. Ma i problemi strutturali del calcio italiano non si sono risolti con l’entusiasmante vittoria degli azzurri, né si risolveranno con le sentenze sul Moggigate. Anzi, il rischio è che emotività e giustizialismo tipicamente italici diventino fuorvianti rispetto alle decisioni strategiche da prendere. E sarebbe un guaio, perchè il calcio è un business di primo piano, anche se la conquista della Coppa del Mondo non ci regalerà certo quello 0,7% in più di pil che qualche economista ha azzardato a prevedere.
Si consideri che la sola serie A genera un fatturato di 2 miliardi di euro. La fetta più sostanziosa di guadagni arriva dai diritti televisivi e telefonici, che hanno portato ricavi per 600 milioni, il 30% del totale. La parte del leone la fa Sky, che ha firmato contratti per un valore totale di 460 milioni di euro, mentre il digitale terrestre ne ha portati 40 e la tv via etere 61,5. Dagli sponsor e dal merchandising arrivano circa 460 milioni di euro (il 23% del totale), e dalla vendita dei biglietti per lo stadio “soltanto” 230, pari a uno scarno 11%. Il Totocalcio e le scommesse, invece, generano un valore totale di 780 milioni. E non mancano gli album e le figurine a fare volume d’affari: 43 milioni. Se poi si aggiungono la serie B e le categorie inferiori, ma soprattutto l’indotto che il business del calcio produce, appare congrua la stima di 6 miliardi complessivi, quasi mezzo punto di pil.
Calcio ricco, dunque? Per la verità no, a vedere i bilanci delle squadre. In base agli ultimi depositati, quelli della stagione 2004-2005, l’intera serie A ha generato un valore della produzione pari a 1,3 miliardi di euro, di cui il 60% è ad appannaggio di sole quattro squadre: Juventus, Milan, Inter e Roma. Ma il campionato dei campioni del mondo mostra perdite per 571 milioni (43% dei ricavi), che scendono poi a 135 grazie a interventi di natura straordinaria, e debiti totali per quasi 1,6 miliardi. Solo per gli stipendi, voce che per oltre il 90% è costituita dagli ingaggi dei calciatori, la serie A ha speso 814 milioni di euro, in media il 62% dei ricavi. Anche qui, metà del monte-stipendi è rappresentato dai costi di Milan, Inter e Juventus. Una situazione del genere non è più sostenibile.
Ma allora, come fare per garantire nuova linfa al giocattolo più amato dagli italiani? Si parla di un ritorno alla contrattazione collettiva dell’unica fonte di guadagno certa e sostanziosa, i diritti tv. Ma questo tipo di vendita presuppone una ripartizione percentuale in base al cosiddetto “bacino d’utenza”, cioè al numero di tifosi delle squadre (niente di più aleatorio), cosa che consentirebbe alle società che già sono al massimo della popolarità di prendersi la fetta più grossa, anche a fronte di risultati deludenti. E comunque anche così tutta una serie di problemi del calcio non verrebbe per niente toccata: parlo del livello tecnico generale, che si è abbassato di molto a causa delle “troppe” squadre (addirittura 20, come se 18 non fossero abbastanza), dei pagamenti in nero che servono ad integrare stipendi formalmente bassi, delle società che spendono più di quanto ricavano o che hanno un monte ingaggi superiore alle entrate.
E allora, cosa fare? In primo luogo, ci vuole l’equilibrio. E, visto che i budget per i calciatori non sono più quelli di qualche anno fa, è necessario tornare ad una serie A più asciutta e competitiva: 18, o anche 16 squadre come succedeva fino al 1988, e con un limite di 20 giocatori in rosa. Questo distoglierebbe qualche calciatore dal militare in grandi squadre dove potrebbero sedersi solo in panchina o in tribuna. In secondo luogo, è necessario che i ricavi non siano mai inferiori alla spesa per gli stipendi. E quindi un “salary cap” (tetto salariale) del 60%, che ridurrebbe la possibilità di fallimenti e le turbative di mercato attuate da società che nel recente passato versavano a giocatori anche di secondo piano stipendi da big. In terzo luogo, se deve essere fatta la vendita collettiva dei diritti tv, la ripartizione si faccia in base al ben più meritocratico criterio della classifica: chi arriva prima prende più soldi. E, per evitare che a lungo andare si produca una disparità eccessiva tra chi sta in testa e chi in fondo alla classifica, si possono studiare meccanismi di prelazione sul mercato dei calciatori simili a quelli usati negli Stati Uniti, dove chi arriva secondo ha diritto al “miglior giovane” dei campionati primavera o cadetti. Se non si ripensa il sistema calcio in chiave di business, indagini e sentenze sono inutili: il baraccone non starà mai in piedi. Speriamo che Guido Rossi, tra i tanti obiettivi, dichiarati e non, pensi anche a questo.

Pubblicato sul Messaggero del 11 luglio 2006

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