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L'editoriale di TerzaRepubblica

Viva Napolitano, viva le elezioni

Difendiamo il Quirinale dalla canea eversiva, ma gli diciamo: andare al voto è necessario

04 gennaio 2014

Anche nel 2014 la politica italiana passa per il Quirinale. Così è stato dall’autunno del 2011, e così sarà fino a quando la normalità istituzionale avrà finalmente vinto la sua battaglia contro le emergenze. Per la verità, già nel passaggio tra la Prima e la Seconda Repubblica e nei 17 anni che è durata quest’ultima si era affermata una centralità del Capo dello Stato che prima non esisteva. Ma nel novembre 2011, con la caduta di Berlusconi e la nascita del governo Monti – un piccolo golpe bianco – la centralità è diventata qualcosa di più e di diverso: è nata una Repubblica simil-presidenziale. Che, giocoforza, è diventata ancor più tale con la rielezione di Napolitano e la “gestione collegiale” Quirinale-Palazzo Chigi del governo Letta.

Sia chiaro, in questa descrizione delle cose, cruda ma veritiera, non è contenuto un giudizio negativo. Su TerzaRepubblica, in questi 26 mesi, avete potuto leggere parole non accondiscendenti nei confronti della teoria del “complotto dello spread”, secondo cui Berlusconi sarebbe caduto per mano di un ordito internazionale, e viceversa avete letto parole di comprensione (“indispensabili”) per i due governi eterogenei che il default finanziario e poi quello politico hanno prodotto. Così come avrete notato la nostra invocazione alla riconferma del Presidente uscente ben prima che le forze politiche, fiaccate dagli esiti infausti delle votazioni su Marini e Prodi, glielo andassero a chiedere imploranti. Ma, nello stesso tempo, non ci è mai piaciuto il negazionismo di chi è dalla parte del Quirinale: negare che Napolitano abbia superato la riga che traccia il confine dei poteri del Presidente è sciocco, oltre che sbagliato, perché fornisce munizioni a chi ne vuole addirittura la messa in stato d’accusa. Napolitano ha riempito un vuoto, e meno male che lo ha fatto. Nel farlo è andato oltre, come era inevitabile che fosse. Ma qui scatta l’accusa (parliamo di quelle fondate e rispettose, non di quelle becere dei guitti o dei manettari di professione): così facendo ha accresciuto e non ridotto l’emergenza istituzionale. Vero e falso nello stesso tempo, è il nostro giudizio. Vero, perché il fatto che l’elastico costituzionale sia stato tirato così tanto, crea un vulnus indiscutibile. Falso, perché questo vulnus non è pericoloso – vale l’intento dell’autore, sinceramente democratico – e, soprattutto, perché senza quegli interventi compensativi i guai sarebbero stati ben maggiori.

Si dice: però Monti e Letta sono state due cocenti delusioni. Vero. Anche qui TerzaRepubblica non ha mancato di dirlo e ripeterlo: quei due governi sono catalogabili al contempo come “indispensabili ma deludenti”. Però, questa non è una colpa che possiamo gettare più di tanto sulle spalle del Presidente. Alzi la mano chi non aveva aspettative dalla nomina del professor Monti: Napolitano è il primo dei delusi. Ed Enrico Letta non era forse considerato il più preparato e serio tra i politici “giovani”? Diciamo che il Presidente ha usato gli ingredienti che il mercato politico e la società civile offrono: se i piatti non sono venuti bene, ne ha colpa solo fino ad un certo punto. Prendete la questione della legge elettorale e delle riforme istituzionali: più che chiedere un giorno sì e l’altro pure che vengano fatte, cosa può fare? Può mettere sul tavolo il peso della minaccia di andarsene, e anche quello l’ha fatto. Oltre ci sono solo le dimissioni vere e proprie, che se diventassero una realtà aprirebbero una crisi senza precedenti e soprattutto senza prospettive.

D’altronde, per sapere da che parte stare nella contesa su Napolitano, basta vedere chi sono i suoi nemici: Grillo, Forza Italia, la Lega, ma anche – strano, ma solo fino a un certo punto – il “partito giustizialista”. Tutti impegnati a destabilizzare il Quirinale – “con una strategia quasi eversiva”, ha notato Stefano Folli – con il preciso intento di impedire al Presidente ogni margine di manovra che non sia lo scioglimento delle Camere, che è il vero scopo comune di berlusconiani e anti-berlusconiani. Obiettivo che rischia di attrarre anche Renzi: per le elezioni anticipate c’è una potenziale vasta maggioranza, anche se per ottenerle il Pd deve trovare il coraggio e la coesione interna di essere il soggetto che fa cadere il governo, mossa senza la quale al fronte populista resterebbe necessariamente solo la propaganda. Per questo si attacca Napolitano: ottenere il voto anticipato per altre vie. Peccato, però, che questa strada sia sbarrata dal macigno delle dimissioni dell’inquilino del Colle: “piuttosto che sciogliere le Camere, mi dimetto e prima di andare alle urne questo parlamento dovrà trovare la forza di eleggere il mio successore”, è di fatto la sua risposta agli attacchi contro di lui.

Qui, però, sta anche la vera debolezza – oltre che la oggettiva forza – della posizione di Napolitano. Nel frattempo, infatti, c’è stato il pronunciamento della Corte Costituzionale sulla legge elettorale, che rappresenta una chiara delegittimazione politica, anche se non giuridica, dell’attuale Parlamento. Se, come noi crediamo, la sua opera fin qui è stata sempre finalizzata a tutelare le istituzioni e difendere la politica dalla (comprensibile) sfiducia popolare – e di ciò gli va resa alta benemerenza – è proprio per quei nobili fini che oggi occorre chiudere la legislatura. Noi siamo sempre stati contro il ritorno alle urne, considerato che nessuno dei nodi politici che tengono artificialmente in vita la Seconda Repubblica e impediscono la nascita della Terza è stato ancora rimosso, ma abbiamo dovuto rivedere la nostra posizione dopo la decisione della Consulta. Per questo ci permettiamo di suggerire al Capo dello Stato una diversa exit strategy rispetto a quella finora messa in campo: usi la minaccia delle dimissioni non per far stare in vita questo governo, ma per ottenere una legge elettorale in tempi brevi che consenta di andare subito ad elezioni non “costituzionalmente viziate”. Poi resti a gestire il dopo, che comunque richiederà, quale che sia il sistema di conteggio del voto adottato, una nuova complessa fase politica. Della sua saggezza ci sarà ancora bisogno. Buon 2014.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario