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Speranze malriposte

Vertice deludente

E' davvero un'occasione sprecata quella del vertice del 9 dicembre scorso

di Enrico Cisnetto - 13 dicembre 2011

“Venti anni dopo Maastricht facciamo un nuovo Trattato che eliminerà le debolezze del sistema e diventerà il Trattato per la stabilità dell’euro”. Vorremmo tanto condividere il giudizio che il cancelliere tedesco Angela Merkel ha dato del vertice Ue, atteso come salvifico per la moneta unica e l’eurosistema, ma francamente non se ne vedono proprio i presupposti. Anche le molto più temperate considerazioni di Mario Monti – “può darsi che tutto questo non basti, ma non mi sembra un vertice dei fallimenti” – appaiono condite di un eccesso di ottimismo. Inevitabilmente, l’oste non dirà mai che il vino è cattivo. Tuttavia, qui siamo di fronte, nel migliore dei casi, ad un’occasione – decisiva – mancata. Ma se la crisi dell’euro non si dovesse fermare, come temiamo, la preoccupazione è che si trasformi in una drammatica tragedia, e che un giorno questo vertice di Bruxelles venga considerato dagli storici come la data convenzionale a cui si ascrive la fine dell’era plurisecolare che ha visto la supremazia del continente europeo sul resto del mondo. Perché se erano vere le trepide attese della vigilia – con la Merkel e il presidente francese Sarkozy che hanno più volte evocato la fine dell’euro e con esso della stessa Europa come soggetto continentale – allora è ben difficile credere che ad esse siano state date risposte adeguate. Sia chiaro, il problema non è quello dell’auto-esclusione della Gran Bretagna, che nel mercato unico rimane e nell’euro non è mai entrata. Ieri non è nata l’Europa a due velocità, come ha cercato di farci credere il sempre più deludente Sarkozy, ma non è stata salvata la moneta unica e con essa l’Unione europea. Se Cameron avesse accettato il nuovo Trattato, o se viceversa fossero rimasti allineati a Londra tutti e 10 paesi extra i 17 dell’euro, non sarebbe cambiato niente. In entrambi i casi. Perché il tema del vertice non era la distonia tra l’Europa dei 17 e quella dei 27 paesi – esistente fin da quando fu commesso l’esiziale errore di procedere con l’allargamento – bensì la tenuta dell’eurosistema di fronte agli attacchi speculativi contro i debiti sovrani di gran parte dei paesi membri. E su quel fronte, come succede fin dalle primissime avvisaglie di esplosione del problema greco, si è fatto poco. Sì, certo, si è deciso che viene fatto partire, in anticipo sulla tabella di marcia, il fondo permanente salva-stati (Esm) con il coinvolgimento della Bce nella gestione operativa (ma per questo l’istituto guidato da Draghi non diventerà una banca), e che si rifinanzia per 200 miliardi di euro l’Fmi, che quindi potrà intervenire in caso necessiti un salvataggio. Inoltre la Bce aveva già deciso giovedì misure atte a favorire la liquidità delle banche. Bene, sarebbe sciocco sottovalutare queste scelte. Ma, come è stato fin qui, non sono per nulla sufficienti a fronteggiare la pressione speculativa contro l’euro. Perché è ormai noto e chiaro a tutti che il problema sta tutto nella tara genetica con cui è nata la moneta europea. Invece di rappresentare il punto d’arrivo di un processo federativo che anteponesse all’integrazione monetaria la nascita di uno stato federale cui le nazioni aderenti devolvessero quote importanti e crescenti delle loro sovranità, l’euro è nato privo di padre, cioè di un governo che, d’intesa con una banca centrale dotata della potestà di stampare moneta, potesse utilizzare tutte le leve della politica economica in nome di un interesse continentale anteposto a quelli nazionali. Il risultato eccolo qui: non appena è finito il tempo delle vacche grasse e la crisi finanziaria mondiale ha portato la recessione, la tara genetica dell’euro ha fatto esplodere le sue contraddizioni e messo a nudo la fragilità dell’eurosistema. Fino al punto da portare il Vecchio Continente ad un passo dal disfacimento. Ora, se questo è lo scenario in cui si è collocato il vertice di Bruxelles, è ben difficile sostenere che le più stringenti regole di bilancio in esso approvate, pomposamente chiamate “nuovo Trattato Ue”, siano la risposta giusta. E non lo sono né dal punto di vista politico, né da quello del merito. Perché non c’è nulla che vada nella direzione dell’integrazione politico-istituzionale. Un fronte in cui non ci sono scorciatoie: la politica fiscale integrata (“fiscal compact”, come ha suggerito di chiamarla Draghi), gli eurobond, una Bce con lo statuto della Fed, sono tutti strumenti che richiedono giocoforza l’esistenza di un governo centrale che abbia come obiettivo la tutela dell’interesse comunitario. Credere che esso possa essere surrogato da vincoli più stringenti alle politiche nazionali affidati a soggetti vecchi e nuovi dell’Europa delle nazioni, come la Commissione o anti-democratici patti di consultazione, è pura illusione. O si fanno gli Stati Uniti d’Europa, o si muore. E a Bruxelles dell’Europa federale non si è vista neppure l’ombra, mentre a prevalere è stato ancora una volta il metodo intergovernativo. Che Cameron, giustamente dal suo punto di vista, ha respinto al mittente. Se a questo ci aggiungiamo, poi, che in una fase recessiva come questa stringere ulteriormente i bulloni del controllo dei deficit correnti rischia non di rendere virtuosa la spesa pubblica dei paesi, ma di alimentare la depressione, c’è poco da essere anche solo moderatamente soddisfatti. L’obiettivo deve essere la ripresa dello sviluppo, senza la quale i debiti diventano “impagabili” nonostante l’austerità. Ma di questo i “17+9” non si sono minimamente occupati, tanto che per molti versi il documento finale del vertice sembra essere il ritratto della recessione vissuta come conquista. Sarà bene che il governo Monti, dopo la manovra che ci costa mezzo punto di pil di recessione (stima Bankitalia), apra con il parlamento, con le forze sociali e con gli italiani una discussione su quanto (non) è accaduto a Bruxelles, di quali siano le realistiche prospettive dell’Europa e di come l’Italia possa attrezzarsi.

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