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Basta con la politica anoressica di ideali

Verso una “Terza Forza”

Quello che serve è un governo di unità nazionale per far ripartire l’economia e varare le riforme

di Fabio Fabbri - 26 ottobre 2009

La lettera al Corriere dell’on. Giorgio La Malfa conferma che si sta esaurendo, e non solo per il Partito Repubblicano, la fase della vita politica italiana che si è iniziata con la “grande slavina” dei primi anni novanta, quando la prima Repubblica fu travolta dallo straripamento di potere della magistratura.

Scomparvero allora i partiti storici che avevano governato l’Italia dal 1948, fra cui il P.R.I.. Restarono in vita il partito comunista, cui pure la storia aveva dato torto, e il M.S.I.. Il vuoto di potere fu, sul versante del centro-destra, riempito dal partito di Berlusconi, alleato con il M.S.I., e dalla Lega. Sul versante di sinistra, i post-comunisti si sono riciclati dando vita al connubio mal riuscito con la sinistra della D.C..

Giorgio La Malfa, di fronte a questo sconvolgimento, ritenne opportuno entrare nella coalizione guidata da Berlusconi. Eguale scelta fecero alcuni dirigenti e molti elettori socialisti. Altri, come chi scrive, abbandonarono l’agone politico. Personalmente ho sostenuto con il voto quella parte dei dirigenti socialisti che hanno mantenuto la storica collocazione del Partito Socialista nell’alveo della sinistra: purtroppo con il risultato disastroso dell’annientamento parlamentare.

Intanto le condizioni del Paese sono ogni giorno più preoccupanti, per le ragioni illustrate dall’on. La Malfa, che riguardano principalmente la politica economica e che denunciano il sostanziale regresso dell’Italia rispetto ai paesi fondatori dell’Unione Europea. La verità è che la crisi dei due maggiori “conglomerati”, il PDL ed il PD, che hanno sostituito al dialogo l’odio e la reciproca demonizzazione, e gli stessi risultati elettorali rendono evidente l’inesistenza del conclamato bipolarismo, cui si aggiunge l’assenza su entrambi i due fronti di un progetto politico idoneo a propiziare il ritorno dello sviluppo. E’ quella anoressia ideale evocata recentemente da Biagio Di Giovanni e dal regista Giuseppe Tornatore.

Si va dicendo da più parti che, di fronte all’aggravarsi della recessione, accompagnato dall’acuirsi del divario fra Nord e Sud, servirebbe un governo di tregua e di unità nazionale, per far ripartire l’economia e varare le riforme istituzionali. Ma non sono a disposizione né un nuovo Ciampi, né un secondo Amato. E intanto - ed è questo l’aspetto fondamentale, che mi sembra trascurato nell’intervento su queste colonne del Senatore Marcello Pera - cresce la consapevolezza che stanno franando, o implodendo, come oggi si usa dire, i due pilastri su cui si è malamente retto il sistema politico nato dalle macerie di Tangentopoli. E’ dunque naturale che si guardi con interesse al ruolo che potrebbe svolgere una “Terza Forza” (così si chiamava il raggruppamento cui puntava Ugo La Malfa dopo la crisi del centrismo). Ecco perché sembra in crescita la stella di Casini. Ma il democristiano Casini, da solo, non basta. Nella storia d’Italia è stato sempre essenziale l’apporto delle forze laiche, liberali e socialiste, che ora sono debolissime e divise. I loro dirigenti dovrebbero ormai essere consapevoli che per i liberals non c’è né spazio né dignità all’ombra dei due maggiori e scricchiolanti partiti, il P.D. e il P.d.L..

Il P.S.I. di Craxi si fece largo quando si propose di contrastare il bipolarismo D.C.-P.C.I,, che allora era reale e non illusorio come adesso. Vincendo piccole rivalità e incomprensioni, le sparse membra liberal-socialiste si dovrebbe federare, al riparo di ogni velleità estremista (la democrazia, come ammoniva Bobbio, vive di partiti moderati, di destra e di sinistra) per costruire un nuovo progetto di governo per la Nazione: come fecero nei primi anni ’60 i loro progenitori riuniti nei convegni degli “Amici del Mondo”.

In questa prospettiva, il naturale alleato, anche elettorale, di repubblicani, liberali, radicali e socialisti è l’U.D.C., a condizione che essa non ammorbidisca, ma accentui la sua “terzietà” e stipuli con i laici un patto di programma che preveda piena libertà sulle questioni “eticamente sensibili”. E’ la proposta, in attesa di “riscontro”, recentemente avanzata dal Presidente di “Società Aperta”, Enrico Cisnetto.

* Ex Presidente dei senatori del P.S.I e Ministro della Difesa

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario