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Public Policy

Liberiamoci delle debolezze del nostro sistema

Verso una fase (ri)costituente

Mettiamo fine a 15 anni di transizione e superiamo il mito del “bipolarismo”

di Enrico Cisnetto - 02 febbraio 2009

“Solo pochi mesi sono trascorsi dalle politiche del 2008 ma sembrano decenni”. L’inizio dell’editoriale di Angelo Panebianco sul deterioramento del sistema politico italiano (Corriere del 26 gennaio) – che ha ispirato poi gli interventi del segretario dell’Udc Lorenzo Cesa e di Rocco Buttiglione su questo giornale – lasciava sperare che finalmente anche uno dei campioni del bipolarismo facesse ammenda delle posizioni fin qui tenute.

Ma le conclusioni – meglio tenersi questa schifezza piuttosto che infrangere il tabù – hanno tolto ogni speranza che i nostri intellettuali possano superare le loro posizioni teorico-accademiche. Pazienza. Ma proprio perché sembrano passati decenni dalle elezioni, propongo allora un parallelo con la situazione di trent’anni fa. In primo luogo economica. Se è vero che a dare inizio alla stagione del “compromesso storico” fu il golpe cileno del 1973, una parte non indifferente in questo processo la ebbe la crisi economica che colpiva tutto l’occidente ma in particolare l’Italia. Un’Italia in cui il sistema industriale sorto dal boom cominciava ad esaurire la sua spinta propulsiva e a mostrare tutti i limiti che hanno poi generato il “declino”.

Già nel 1978 (anno del delitto Moro) il consueto rapporto Censis registrava i primi forti scricchiolii: un capitalismo fatto di piccole (spesso mini o micro) imprese, dai “milioni di spezzoni di lavoro non istituzionalizzati” (vedi il nero e il sommerso che cominciano a farla da padrone), a cui corrispondono gli “spezzoni di redditi” non ufficiali. Un capitalismo caratterizzato dal “familismo, più o meno amorale”, una “dislocazione selvaggia, particolaristica, furbastra e conflittuale dei poteri e delle decisioni, in una sorta di filosofia collettiva dell’ «ognuno per sé, e dio per tutti»”.

Gli anni Settanta sono anche quelli in cui si incancreniscono i mali che ci portano fino ad oggi: le svalutazioni competitive (nel 1973 la lira esce dal “serpentone” dello Sme e viene svalutata del 15%) che “doperanno” le nostre esportazioni illudendoci che il sistema possa reggere all’infinito. E il boom del debito pubblico (dal 1971 al 1975 il rapporto deficit-pil salirà dal 41,2% al 60,3%) con la crescita abnorme della spesa pubblica (che dal 1960 al 1983 raddoppia passando dal 31,2% al 62,5% del pil).

Sono i prodromi di un lento ma inesorabile declino che oggi, trent’anni dopo, vede tutti i nodi venire al pettine. L’Italia è un Paese rimasto praticamente sfornito di grandi imprese e in cui continua a dominare un capitalismo di famiglia, con il 94,9% di imprese che ha meno di 10 dipendenti (la media totale è di 3,8 addetti) e le “grandi” (250 e più addetti) sono soltanto 3.320 (lo 0,07% del totale); in cui la spesa delle pubbliche amministrazioni continua a salire, così come la pressione fiscale. Nel frattempo ci impoveriamo: secondo l’Ocse, l’Italia sulla carta resta sempre la sesta economia mondiale, ma è scivolata al 20esimo posto se si considera il pil pro-capite e il numero degli italiani che non riesce a risparmiare era il 51% nel 2007, è cresciuto nel 2008 al 69%).

Un declino che viene sì da lontano – l’ultima parte della Prima Repubblica ne creato i presupposti – ma che si è accentuato proprio a partire con il passaggio alla Seconda Repubblica: con un pil che negli ultimi quindici anni ha accumulato un gap di crescita sia rispetto ai colleghi europei che agli Usa (1 punto all’anno di meno della media Ue, quasi due punti e mezzo rispetto agli Stati Uniti), e di conseguenza con un rapporto deficit-pil che dalla firma del Trattato di Maastricht (1992), è rimasto sostanzialmente invariato (fino al 2007 era sceso di un misero 0,25% all’anno, dal 108% al 104%, ma già nel 2008 dovrebbe essere risalito al 107% e si pronostica 109-110% nel 2009).

Nel frattempo, anche i miti fondativi della stessa Seconda repubblica, sono appassiti come neve al sole: l’illusione del “partito azienda” e del poter fare a meno della politica; la figura mitologica del capo carismatico (che oggi, come ha sottolineato Panebianco, costituisce il più grande ostacolo alla crescita di un serio partito unico del centro-destra); ma soprattutto, quella del pensiero unico liberista e quella della semplificazione maggioritaria e del bipartitismo.

Sul mercatismo, unico dio degli anni Ottanta e Novanta, è ormai scesa una pietra tombale: nazionalizzate banche e finanziarie negli Usa, qui da noi anche gli ayatollah del liberismo oggi indossano la casacca dei keynesiani con lo zelo tipico degli ultimi arrivati. Ma a cadere dovrebbe essere ora – anche se questo Panebianco non lo dice, anzi consiglia di andare avanti con “l’accanimento terapeutico” – anche il mito del bipolarismo. Come ha sottolineato Buttiglione, non esistono sistemi politici buoni e cattivi.

Buono è quel sistema politico che è in grado di offrire adeguata rappresentanza a un Paese. Ed è ovvio ormai che un bipartitismo spinto ha dimostrato di non essere in grado di gestire né l’ordinaria amministrazione né tantomeno l’emergenza. Né di fare le riforme strettamente improcrastinabili (pensioni, sanità, ristrutturazione degli assetti istituzionali e della spesa pubblica) né di reagire a una crisi economica senza precedenti. Né, infine, di offrire una gestione dei nuovi conflitti sociali che emergeranno necessariamente come conseguenza della recessione e che, senza sbocchi parlamentari, possono trovare la piazza come unica “agorà”.

La soluzione? Non certo quella di spingere oltre il bipolarismo tendente al bipartitismo fin qui realizzato, se non vogliamo portare avanti un fallimento durato già 15 anni. Proviamo, invece, a considerare questa grande crisi economica al pari di come nel 1973 fu considerato il golpe cileno: un evento sì traumatico, ma anche l’occasione per “liberarci delle debolezze del nostro sistema”, sia economiche che politiche ed istituzionali, come ha ricordato il presidente Napolitano.

Per mettere fine a 15 anni di transizione infinita i cui costi di gestione corrispondono a un declino senza precedenti. E per passare finalmente ad un nuovo paradigma: una fase (ri)costituente, con lo stesso spirito con cui si era inaugurato il periodo del compromesso storico. Un tentativo che era nato proprio dalla consapevolezza della crisi economica e delle sue possibili conseguenze sociali e politiche. Con quello spirito che aveva fatto dire allo stesso Aldo Moro una frase che dovrebbe illuminare i politici di oggi: “noi non siamo più in grado di gestire un Paese in queste condizioni. Non da soli”.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario