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Rispettiamo il principio di laicità dello Stato

Verso un vero pluralismo religioso

Solo combattendo il mostro del fondamentalismo e della discriminazione si rispetta l’altro

di Davide Giacalone - 14 gennaio 2009

Gli atei comprano pubblicità per annunciare l’inesistenza della divinità, somigliando a dei talebani integralisti. I musulmani si riuniscono in preghiera sul sagrato di una chiesa, che non è solo lo spazio antistante l’ingresso principale, ma, appunto, uno spazio consacrato. Naturalmente, per chi ci crede. Da laico, sento il dovere di puntare il dito contro queste forme di decadimento e degrado civile. Non violente, ma non per questo da far passare sotto silenzio.

La grande conquista della nostra civiltà, ciò che la rende superiore ad altre, è lo Stato laico. Casa comune di credenti e non credenti. Presuppone il rispetto. Il dileggio del credente, il comunicargli provocatoriamente che non ha bisogno della divinità, non è segno di razionalità, ma di dogmatismo per negazione. Posso rinunciare alla fede senza avvertire il minimo bisogno di fare lo spiritoso su chi, invece, ne fa parte della propria vita. Posso, ed effettivamente lo faccio, contestare alle gerarchie questa o quella tesi, ma senza tirare in ballo la religione.

Se un prelato cattolico marcia su una moschea, o su una sinagoga, con l’intenzione di benedirne le mura, lo bollo come pericoloso. Se, con incenso ed aspersorio, pretende di entrare nel cimitero acattolico, chiamo la polizia. Me la presi anche con chi pensava fosse divertente e risolutivo (sbagliando due volte) portare dei maiali sul terreno dove sarebbe potuto sorgere un luogo di culto. Con lo stesso criterio, trovo esecrabile che il duomo cattolico diventi meta di pellegrinaggio per una preghiera musulmana. Perché dovrei condannare il prelato e tacere sugli islamici? Parlo, dunque, e condanno tutte le intolleranze.

Quando entro in una chiesa, in una moschea, in una sinagoga, od in altri templi, lo faccio con rispetto, in silenzio, uniformandomi ai costumi di chi li abita. Con curiosità intellettuale. Non aderisco al credo, ma rispetto il credente. Perché dovrei accettare che si facciano sberleffi? Sono affari loro, si potrebbe dire. Niente affatto, sono affari miei, perché le manifestazioni di sopraffazione minano le conquiste della laicità statuale, evocano il mostro del fondamentalismo, ci ripiombano nell’incubo della discriminazione. E non importa da quale parte ci si entra, nell’incubo. Quella roba va combattuta, senza tentennamenti.

Pubblicato su Libero di mercoledì 14 gennaio

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario