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Uscita di scena della sterlina? Si accettano scommesse

Verso un “serpente monetario” mondiale

E se le porte di Eurlandia si schiudessero anche per Gran Bretagna e Svizzera?

di Enrico Cisnetto - 22 dicembre 2008

Se il 2008 ci lascia immagini che difficilmente dimenticheremo – dagli “scatoloni” della fallita Lehman Brothers alla nazionalizzazione di fatto delle quattro ruote Usa – il 2009 potrebbe portarci sorprese anche più scioccanti. Io, per esempio, scommetto sull’uscita di scena della sterlina. Chi va a Londra in questi giorni si accorge che tutto è cambiato: a inizio anno il “pound” scambiava a 1,7 sull’euro, rendendo inavvicinabili ai turisti europei impermeabili Burberry’s e scarpe di Lobb’s. Venerdì, invece, la moneta di Sua Maestà scambiavabel sotto la parità, a 0,92 euro, e nei giorni scorsi era scesa anche a quota 0,8: vale a dire, meno di quando fu costretta a uscire dal Sistema monetario europeo nel 1992.

E non c’è solo la debolezza della valuta: la sterlina in ginocchio riflette anche una crisi che ha preso in pieno l’economia inglese, per la prima dopo che si era risollevata e ingigantita negli anni della Thatcher e poi di Blair imboccando a tutta velocità la strada della finanziarizzazione. Un modello che ha imposto Londra come capitale mondiale del “trade”, ma che adesso, con la finanza nella polvere, sta facendo vedere i suoi limiti. Così, complice anche lo “sboom” della bolla immobiliare, la Gran Bretagna va incontro ad un doppio anno recessivo, questo e il prossimo (come l’Italia). Anche i conti pubblici non vanno bene: il rapporto deficit-pil salirà ufficialmente all’8%, e il Governo, dopo aver tagliato i tassi di 300 punti base negli ultimi mesi, si sta preparando ad una stagione di denaro a costo zero, come negli Usa.

Insomma, i sudditi di Sua Maestà hanno poco da stare allegri, e l’odiato euro potrebbe sembrar loro molto meno indigeribile. Se così fosse, l’ingresso della sterlina in Eurolandia contribuirebbe a creare un nuovo assetto monetario mondiale, reso indispensabile dal ridimensionamento del dollaro a seguito della crisi Usa. Riforma che dovrà necessariamente passare per la creazione di altre “nuove” valute (una asiatica, una del Golfo e una per il Mercosur) e per un rafforzamento dello stesso euro, nel quale dovrebbero confluire non solo la sterlina inglese ma, auspicabilmente, anche il franco svizzero (che quotando 1,544 sull’euro è sceso ai minimi degli ultimi tre anni). Tutte insieme, queste divise, andrebbero poi armonizzate in una sorta di “serpente monetario” mondiale. Fantaeconomia? Non tanto: se il dossier euro è ormai sul tavolo del premier Gordon Brown, anche nella Confederazione elvetica qualcosa (più lentamente) si muove: basti pensare che dal prossimo 12 gennaio, con l’adesione al trattato di Schengen, verranno meno i controlli alle frontiere.

E poi un euro che parlasse anche inglese e svizzero sarebbe un passo avanti per rafforzare il pericolante processo di costruzione della casa europea, sulla base di una convergenza politico-istituzionale che la crisi economica rende ancora più urgente. La presidenza francese ha tentato di metterci una pezza, ma qui si tratta di arrivare agli Stati Uniti d’Europa, che è ben altra cosa del semplice coordinamento (peraltro negato dalla Merkel). Certo, se Londra si decidesse al gran passo, non fosse altro per non ritrovarsi improvvisamente i cugini poveri d’Europa, si creerebbero ben altri presupposti per una fase nuova della costruzione europea. E Brown passerebbe alla storia.

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