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Superiamo il garantismo esasperato

Verso un mercato simmetrico

Per uscire dal precariato ci vogliono “sviluppo” e “licenziabilità”

di Enrico Cisnetto - 20 ottobre 2009

Mentre dal mondo del lavoro “reale”, non quello dei dibattiti, arrivano notizie preoccupanti, il ministro Tremonti porta ai lavoratori dipendenti la lieta novella che bisogna farla finita non solo con il precariato, ma anche con la mobilità e la flessibilità, che non sarebbero “valori in sé”.

Così, mentre anche ieri si è allungata la lista dei casi estremi di protesta sindacale (a Napoli il sequestro di due dirigenti, liberati dalla Digos, ad Anagni operai saliti sul tetto della loro fabbrica) e il ministro Brunetta ci ha fatto sapere che i “fannulloni” della pubblica amministrazione da lui strenuamente combattuti sono tornati a fare gli assenteisti (+20-22% in agosto e settembre), ecco che i sindacati, Cgil e Fiom in testa, plaudono Tremonti che beatifica il “posto fisso”. Ora, che in tempi di crisi sia più popolare esaltare le virtù del contratto a tempo indeterminato che di quello a scadenza, è evidente.

Ma che a farlo sia il ministro dell’Economia, che dovrebbe ben sapere con quanta fatica in Italia si sia riusciti a creare un minimo di articolazione del mercato del lavoro, beh in questo caso i conti non tornano. Anche perché se si vuole uscire dal precariato – termine ambiguo che tende a ricomprendere tanto le “forzature” padronali quanto la sana flessibilità – due cose ci vogliono: sviluppo, per realizzare posti di lavoro veri e non garantiti per legge, e licenziabilità, nel senso che il posto fisso non può essere a vita per mancanza di “divorzio”. E che l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, da un lato, e la scarsa udienza della “giusta causa” nell’applicazione quotidiana del diritto del lavoro, dall’altro, abbiano causato un garantismo esasperato che andava e va superato, questo lo sanno anche i sindacati più ragionevoli, che non a caso in questi ultimi anni hanno accettato l’introduzione di dosi non indifferenti di flessibilità.

E’ vero, però, d’altro canto, che all’eccesso di rigidità si è risposto con un eccesso opposto, finendo così col creare un mercato del lavoro asimmetrico: troppe garanzie per i lavoratori a tempo indeterminato, troppo poche per quelli a tempo determinato. Ma voler creare un più giusto equilibrio significa appunto abbassare le prime e alzare le seconde, non indicare la mobilità e la flessibilità come i nemici della sicurezza sociale, come gli ostacoli che impediscono di coltivare un progetto di vita e di farsi una famiglia. E non c’è bisogno di essere ultra-liberisti per dirlo.

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