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Affidiamoci a Napolitano

Verso la Terza Repubblica

Non avremo nuove elezioni a breve scadenza, anche perché i nostri eroi, vincitori e vinti, sono esaust. Congedato Bersani, nascerà il governo tecnico del Presidente della Repubblica, autorevole anche in campo internazionale.

di Fabio Fabbri - 11 marzo 2013

Sulle elezioni politiche il direttore di questo giornale ha scritto due eccellenti editoriali. Con il primo (“Una certezza e una paura”) ha vaticinato il risultato del voto e la conseguente ingovernabilità; con il secondo ha così rappresentando crudamente la realtà: “Un Paese diviso in tre che non ha futuro.”. Confesso che questo secondo titolo mi ha provocato un’ondata di brividi alla schiena. Forse per il mio inguaribile ottimismo patriottico, continuo a sperare che l’Italia avrà un futuro meno gramo di quello attuale. Avanti come sono negli anni, ho vissuto altri giorni bui. Ricordo tuttavia che dopo l’8 settembre, che qualche storico ha ingiustamente identificato con la morte della patria, è arrivato il 25 aprile; poi la nascita della Repubblica, la Costituzione, il miracolo economico, i primi passi verso l’Unione Europea. So bene che incombe il pericolo, evocato nell’editoriale di Domenico Cacopardo, che l’Italia finisca nel ventre molle dell’Europa mediterranea. E tuttavia non dispero che, avendo toccato il fondo, si possa risalire. Constatiamo infatti che con la “non vittoria” di Bersani, che perde quasi 4 milioni di voti, finisce un’epoca. Fino alla vigilia dell’apertura delle urne il “pericolo Grillo” è stato sottovalutato. PD e PDL si sono adagiati sul bipolarismo armato: pro o contro Berlusconi.

Eppure il caso di Parma, espugnata dai grillini con la disfatta dell’usato sicuro del PD, avrebbe dovuto far riflettere. Sarebbe stato giusto e saggio che il Partito Democratico offrisse ai cittadini, delusi e impoveriti, l’apertura di un capitolo nuovo ed una nuova classe dirigente. Ha prevalso invece il compattamento del blocco storico della sinistra italiana. Vede bene il prof. Roberto D’Alimonte quando, su Il Sole-24 Ore del 24 febbraio, osserva che il PD non ha scommesso sul cambiamento, ma sulla sua identità: “Il suo nucleo organizzativo e ideologico è ancora quello dell’apparato del PDS”, lo stesso del 1994, quello della gioiosa e perdente macchina da guerra di Occhetto. Questa volta la guida del nucleo egemone è stata affidata a Pierluigi Bersani, esponente dell’aurea mediocritas del post-comunismo emiliano. Al suo fianco l’attuale Presidente della Regione Vasco Errani, aspirante sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Dunque, registra ancora D’Alimonte, “Renzi può aspettare”. E’ il caso di aggiungere, che la sconfitta del Sindaco di Firenze alle primarie è dovuta proprio alla mobilitazione del sistema organizzativo interno del PD: una macchina da guerra “domestica”, questa sì ben oliata ed efficiente, che ha respinto come “infiltrati” molti potenziali nuovi elettori perchè sgraditi alla nomenklatura.

Partito sull’onda delle primarie con la vittoria in tasca, Bersani ha messo in mostra tutta la modestia della sua caratura politica, caratterizzata da quel bricolage linguistico che il suo spin doctor, Miguel Gotor, chiama il “bersanese”. Il tutto accompagnato dalla mancanza di idee-forza capaci di riscaldare i cuori e accendere speranze. Veltroni nel 2008 aveva parlato al Paese con il discorso del Lingotto sulla bella politica. Bersani resterà invece negli annali della Repubblica come il condottiero che smacchiava i giaguari canticchiando i ritornelli di Vasco Rossi. Senza dire che il successo di Grillo è stato anche agevolato dal rifiuto di modificare la legge elettorale con l’introduzione delle preferenze. Né ha giovato al PD la benedizione di Prodi, in odor di Quirinale, chiamato sul palco della grande manifestazione del centro-sinistra a Milano, dalla quale è stato escluso il rappresentante del PSI: nella città di Turati, di Greppi, di Aniasi, di Tognoli e di Craxi. Insomma, nè Prodi, né il tifo per Bersani del giornale-partito “La Repubblica” hanno “portato bene”.Sapremo presto quanto sarà incisivo l’impatto del “ciclone Grillo” sul sistema politico-parlamentare italiano.

Ho appreso che i capigruppo saranno “turnati” ogni tre mesi. Ho fatto quel mestiere per anni. Per maneggiare i regolamenti parlamentari tre mesi sono pochi. Quando ho visto in televisione un Bersani stravolto che invoca il dialogo con Grillo, mi è venuto alla mente un film già visto: D’Alema definì la Lega una “costola della sinistra”. Ora D’Alema è di nuovo in campo alla ricerca di una intesa con i nuovi barbari, assai diversi da quelli antichi. Lo conosco bene e apprezzo la sua intelligenza. Ma D’Alema è anche colui che candidò Antonio Di Pietro nel collegio senatoriale, “rosso” e sicuro, del Mugello. Oggi Di Pietro è stato finalmente estromesso dal Parlamento, insieme al suo compare Ingroia e al voltagabbana Fini. E’ arduo essere protagonisti di tutte le stagioni. Sapremo presto se l’antica regola latina secondo la quale la Grecia conquistata dai romani “ferum victorem coepit”, ammansì il fiero guerriero venuto dalle rive del Tevere, funzionerà nei confronti delle milizie di Grillo. Mentre ho sempre pensato che i dirigenti periferici del M5S siano in grado di amministrare gli enti locali, l’innesto dei garruli grillini nelle istituzioni parlamentari è un’incognita. L’esordio mi è sembrato deludente. Azzardo tuttavia un previsione. Per nostra buona sorte c’è sull’alto Colle Giorgio Napolitano, che conosce e pratica il mestiere dello statista. Non avremo nuove elezioni a breve scadenza, anche perché i nostri eroi, vincitori e vinti, sono esausti: compreso il “vate” Grillo, il cui bacino elettorale può solo ridursi, in futuro. Congedato Bersani, nascerà, magari cooptando alcuni Ministri del gabinetto Monti, il governo tecnico del Presidente della Repubblica, autorevole anche in campo internazionale. Così fece Scalfaro nel ‘93 nominando Ciampi. Chi sarà così folle da provocarne la caduta? Il Parlamento intanto potrà prendere alcune decisioni essenziali per l’economia, varare una decente legge elettorale e perfino la vera riforma del sistema con l’elezione diretta del Capo dello Stato. Si aprirebbero così le porte della Terza Repubblica.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario