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Lettera aperta a Pierferdinando Casini

Verso il “Partito della nazione”

La linea “terzista” è la strada maestra da seguire per aprire la stagione della Terza Repubblica

di Enrico Cisnetto* - 07 aprile 2009

Caro Casini, sabato ho partecipato alla convention dell’Udc e ne ho tratto la convinzione che la strada del “partito della nazione” che hai imboccato sia quella giusta, tanto per chi cerca una casa per evitare le macerie del Pd e le pratiche nordcoreane del Pdl, quanto per il Paese, che ha un disperato bisogno di Politica (con la maiuscola) e quindi deve assolutamente evitare il tentativo di rimediare al fallimento del bipolarismo becero di questi anni con una cura peggiore del male, il bipolarismo all’italiana.

In particolare, come presidente di un movimento, Società Aperta, che fin dalla nascita della Seconda Repubblica ha messo in guardia dai due poli della conservazione e denunciato il declino – economico, ma non solo – che il sistema politico da loro creato avrebbe prodotto, ho apprezzato l’autocritica che hai fatto sulla presenza dell’Udc nelle file del centro-destra e nello stesso tempo il mantenimento di un linguaggio non “anti-berlusconiano” (il miglior regalo fatto a Berlusconi in questi anni) e di un approccio politico che è non meno critico nei confronti della sinistra.

Questa linea “terzista”, insieme con una sempre più coraggiosa indicazione riformista nelle scelte di politica economica – dalla riforma delle pensioni ora e subito al no al vergognoso pasticcio sulle “quote latte” – rappresenta la migliore garanzia che la nuova formazione politica che intendi contribuire a fondare possa rappresentare davvero quel “nuovo partito nuovo” di cui l’Italia ha bisogno per voltare pagina e aprire con fiducia la stagione della Terza Repubblica. C’è però una cosa, caro Pierferdinando, sulla quale mi trovo in disaccordo, e con altrettanta franchezza te ne voglio parlare pubblicamente: lo scontro con Gianfranco Fini. Qui il dissenso è duplice: politico e di merito.

Politico perché io credo che Fini, come dimostra il fatto che il suo sia stato l’unico intervento politico nell’ambito di un congresso puramente celebrativo come quello di fondazione del Pdl, abbia assunto un ruolo nell’ambito del centro-destra di cui una forza riformatrice di centro – che “deve” per sia stessa natura contribuire a tenere aperta la dialettica in entrambi i poli, sapendo che più è atrofizzata la dinamica politica e meno ci sono spazi di manovra al centro – non può non tenere in debito conto.

E in Fini, oltre alla difesa della centralità del Parlamento che salvaguarda da presidente della Camera in sintonia e continuità con quanto tu stesso hai fatto tra il 2001 e il 2006, c’è oggi un indubbio smarcamento politico da Berlusconi cui sarebbe un delitto non prestare sponda. Il mio dissenso, poi, è di merito, e non solo perché le posizioni laiche (e non laiciste) assunte da Fini su alcuni temi eticamente sensibili mi trovano d’accordo. No, su questo punto c’è un differente approccio metodologico, di cui è fondamentale parlare se si vuole che il progetto “partito della nazione” non si riduca ad un più o meno riuscito tentativo di rieditare la Dc.

Come ho scritto su questo giornale in occasione del convegno di Todi, e come ti ho detto più volte personalmente, caro Pierferdinando, sono convinto che il tuo – posso dire nostro? – progetto di dar vita ad un nuovo soggetto politico abbia senso e successo nella misura in cui si rivolge in egual misura anche al mondo laico che da anni non ha più “case” o che sente il fallimento della propria partecipazione a quelle che esistono. Ma per far questo occorre stabilire che i temi etici debbono essere prerogativa del Parlamento e dunque non possono far parte di un programma di governo, che poi è l’unico strumento che possa unire i riformatori cattolici e laici.

Per questo, ho lanciato l’idea del “partito holding”, cioè di una formazione politica che non pretenda di sciogliere tutte le componenti che vogliono parteciparvi, ma le faccia convivere in una sovrastruttura unita dal programma di governo che si presenta al cospetto degli elettori. Dunque, anche alla luce di questo, archiviamo la disputa con Fini ad una fase polemica che deve appartenere al passato e lavoriamo per raccogliere tutte le forze, cattoliche e laiche, che sentono il bisogno di costruire la Terza Repubblica.

Presidente Società Aperta

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chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario