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Usa: il valore politico del ritiro dall'Iraq

Vera “mission accomplished”?

Il vuoto di potere e la rinnovata instabilità irachena non fanno ben sperare

di Antonio Picasso - 18 maggio 2010

L’indiscrezione del Guardian dei giorni scorsi, per cui il Pentagono potrebbe posticipare di un mese il ritiro completo delle sue truppe dall’Iraq, in agenda entro il 31 agosto, potrebbe essere fondata. Stando agli accordi, il generale Raymond Odierno, comandante delle forze straniere che attualmente affiancano quelle irachene, avrebbe dovuto confermare l’ordine di exit strategy entro due mesi dalle elezioni politiche. Il Paese è stato chiamato al voto il 6 e il 7 marzo. Finora non si è raggiunto un accordo sull’effettivo vincitore di questa tornata elettorale.

Contestualmente il numero di attentati e di vittime in tutto il Paese è cresciuto in maniera esponenziale. Solo ieri un attacco a Sadr City ha causato circa 12 morti. Di conseguenza, il vuoto di potere e la rinnovata instabilità hanno fatto da reagente affinché gli Usa optassero per prolungare il loro impegno militare nel Paese. Peraltro la proroga di un mese valutata da Odierno potrebbe essere ulteriormente dilazionata. Tutto dipende da quello che succede a Baghdad.

Ieri i due contendenti alla poltrona di Primo ministro, l’attuale premier lo sciita Nouri al-Maliki e il sunnita Iyyad Allawi si sarebbero dovuti incontrare per calcolare i potenziali spazi di un esecutivo di unità nazionale. Quest’ultimo sarebbe ben visto da tutti, sia dai Paesi vicini sia a Washington, in quanto rappresenterebbe un sintomo di raggiunta concordia tra i soggetti moderati, convinti della necessità di un processo di normalizzazione politica per l’Iraq. Faciliterebbe inoltre l’isolamento delle frange più estremiste. Il summit però non c’è stato. Segno che, appunto a due mesi dalle elezioni, permane l’ostinazione da ambo le parti di proclamarsi vincitore e di non volersi aprire ai negoziati.

Sul fronte della sicurezza, domenica scorsa è stata la giornata peggiore di tutto il 2010. Le 8 esplosioni in più città del Paese hanno causato più 100 morti. Un bilancio pesante che richiama alla memoria il periodo buio della guerra tra sciiti e sunniti nel 2006. In realtà è dall’inizio dell’anno che le tensioni sono tornate ad aumentare. La surge di David Petraeus non ha avuto successo sperato. Il periodo pre-elettorale e il vuoto di governo che oggi si sta attraversando hanno offerto, al contrario, l’opportunità a chi non ha abbandonato la lotta armata di tornare nelle strade e seminare panico presso la popolazione.

Al momento ci si vuole limitare a parlare di scontro interreligioso, con gli sciiti ma soprattutto i cristiani che subiscono quotidianamente l’impeto delle tribù sunnite. Il nome di al-Qaeda viene solo sussurrato, con il timore che, portandolo nuovamente alla ribalta, a giovarne sia proprio il gruppo terroristico. Quattro anni fa veniva ucciso il leader di “al-Qaeda in Mesopotamia”, Abu Musab al-Zarkawi. Quello rappresentò l’inizio di un periodo di successi per Washington.

Nei tre anni che seguirono i mujaheddin sunniti furono sgominati nelle Provincia di al-Anbar e Dyyala, ma soprattutto nel famigerato “Triangolo sunnita”. Oggi sembra che il terrorismo sia tornato con nuove risorse, uomini provenienti da ogni angolo dell’Islam e che hanno fatto esperienza di guerriglia in Somalia e Afghanistan, e che si stia concentrando nella Provincia di Ninive, di cui il capoluogo Mosul è ormai un target costante di attentati.

Per l’Amministrazione Obama, ritirarsi dall’Iraq avrebbe un valore politico. La Casa Bianca potrebbe vantarsi della sua “mission accomplished” (missione compiuta). In termini operativi significherebbe poter ricollocare le truppe in Afghanistan. La sicurezza irachena quindi passerebbe sotto diretta responsabilità del governo di Baghdad, coadiuvato dalla Nato Training Mission, una missione congiunta di addestramento delle truppe irachene, costituita dalla rappresentanza di 14 Paesi, fra cui anche l’Italia, con 90 uomini.

Alla fine dell’estate, Odierno verrà sostituito dal parigrado Lloyd Austin, attualmente Segretario generale degli Stati Maggiori congiunti. Spetta a loro, insieme a Obama e Petraeus decidere se andarsene ora – rinunciando a un successo politico comunque di facciata – oppure se restare e quanto, per proseguire nella ricostruzione del Paese. Soprattutto ora che, da quello che si percepisce, le fondamenta non sembrano molto solide.

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