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Debiti pubblici del mondo

Vendita coatta

Dopo la crisi, i debiti dei Paesi Ocse, hanno raggiunto un record assoluto. Due condizioni per una vendita che aiuti la crescita

di Enrico Cisnetto - 13 gennaio 2014

Mal comune, mezzo gaudio. Un’inchiesta dell’Economist rivela che i 34 paesi Ocse (i più sviluppati tra le economie di mercato del mondo, tra cui l’Italia) hanno complessivamente accumulato 45 mila miliardi di dollari di debito pubblico, un livello senza precedenti in tempo di pace, raggiunto per via degli impegni assunti dagli stati per far fronte alla crisi finanziaria mondiale, tra cui i trasferimenti per il mutuo soccorso dei paesi in difficoltà e il salvataggio di alcune banche. Si tratta di una cifra quasi pari al prodotto interno lordo di questi stessi paesi, pari a 48 mila miliardi di dollari, che fissa il rapporto debito-pil al 94%. Ed è proprio questo parametro la cosa che più inquieta. Certo, stiamo parlando della somma algebrica di situazione diverse: dal caso estremo del Giappone, che a fronte di 12, 2 trilioni di dollari di debito (il 27% del totale Ocse) ha un pil di solo 5 trilioni e quindi marcia con un rapporto debito-pil del 244%, a quello virtuoso dell’Australia, che ha un rapporto debito-pil del 26%. Tuttavia, visto nel suo complesso segnala che le maggiori economie, aumentando poco la ricchezza prodotta e molto lo stock di debito, si sono caricate sulle spalle un fardello che prima non avevano. Si prenda il caso di Eurolandia: oggi la media è di 92 euro di debito su 100 di pil, ben lontana da quella poco superiore al 60% che indusse a scrivere nei parametri che a sotto a quel livello tutti i paesi si dovevano attrezzare ad arrivare.

Ma la cosa più importante è che l’Economist suggerisce una via d’uscita: usare il patrimonio pubblico. Il settimanale inglese ha calcolato che quegli stessi paesi dispongono di 35 trilioni di dollari tra beni immobili, partecipazioni finanziarie e società pubbliche. Valori che, coprendo per poco più di tre quarti l’estensione del debito, garantiscono la solvibilità di quella esposizione. Ma si aggiunge: di questi solo 9 trilioni sono beni che possono avere mercato. Si vendano ed ecco che il debito tornerà a valori più fisiologici: 75% del pil. Non sarà il parametro europeo del 60%, ma sono ben venti punti in meno rispetto ad adesso. Bene, l’idea è giusta. Ma a due condizioni. La prima è che questo patrimonio non sia venduto tutto e subito, correndo così il rischio di essere svenduto, ma venga utilizzato attraverso strumenti finanziari (per esempio messo in società ad hoc poi quotate in Borsa) e solo dopo essere stato valorizzato sia messo, a singoli pezzi, sul mercato. Un conto, faccio un esempio, è vendere un’isola dove al massimo ci pascolano delle capre, e un altro è cederla con una concessione edilizia allegata dopo aver predisposto il suo progetto di trasformazione. La seconda condizione è che il ricavato di questo lavoro di valorizzazione del patrimonio sia in parte utilizzato per fare investimenti produttivi che aiutino lo sviluppo. Perché è vero che nel rapporto debito-pil occorre ridurre il numeratore, ma è altrettanto vero che è non meno necessario che si aumenti il denominatore.

Ma, ammesso che in tutti maturi questo convincimento – magari aiutati dallo sprint delle Borse – si tratterebbe di iniziative dei singoli paesi o è immaginabile una scelta condivisa? E fino a che punto si può pensare ad un’iniziativa congiunta? Mettere insieme Australia e Giappone è quasi certamente impossibile, ma se intanto cominciassimo noi europei… (twitter @ecisnetto)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario