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Public Policy

L'addio a Telecom e le future dismissioni

Vendere senza vendersi

Tutto il ricavato sia destinato all'abbattimento del debito e investimenti infrastrutturali

di Davide Giacalone - 25 settembre 2013

Che il governo si appresti a entrare nel vivo delle dismissioni di parte del patrimonio pubblico è cosa buona e giusta. Speriamo non si tratti di un mero annuncio, preludio di un rinvio, che già ne abbiamo in abbondanza. Una cosa, però, deve essere chiara, un principio netto e imprescindibile, violando il quale è bene che il governo cada, la legislatura si sciolga e anche le locuste si facciano sentire: i soldi recuperati da quelle vendite devono essere destinati all’abbattimento del debito pubblico, possono, in parte minore, essere utilizzati per investimenti infrastrutturali, ma neanche un centesimo, mai e poi mai, può essere utilizzato per coprire i buchi della spesa pubblica. Sarebbe come vendere il patrimonio di famiglia per continuare a gozzovigliare.

E’ una questione delicata e non superabile: il patrimonio si vende una volta sola. E’ stato accumulato usando i soldi della collettività. Quando lo si vende il ricavato deve essere restituito alla collettività, in questo caso mediante taglio del debito collettivo. Non deve andare agli insegnanti o ai forestali, agli infermieri o ai vigili urbani, tutte persone e lavori degnissimi, ma pur sempre una parte del tutto. Deve andare al tutto e a tutti.

Chi volesse una lezione, su come queste cose non si fanno, volga lo sguardo verso Telecom Italia: multinazionale costruita con i soldi degli italiani, alcuni pezzi con i soldi dei nostri emigranti; venduta per far cassa; con regole poi violate; senza far nascere libertà di mercato; ceduta a privati che l’anno munta e smunta, distruggendo un gioiello e restituendo uno scarto; infine difesa per far valere l’italianità e poi crollata in mani altrui, senza alcun reale vantaggio collettivo. Un affare “di sistema” che è divenuto una vergogna di sistema. Che ricade sulla politica, certamente, ma coinvolge alla grande l’intera classe dirigente. Giornalismo servente compreso. Lì c’è tutto quello che non si deve fare.

Quando si vendono partecipazioni pubbliche in società operative nel mercato, ci sono due possibilità: che facciano panettoni, nel qual caso le si vende e basta, o che gestiscano servizi di pubblica utilità, provvedendo, in questo caso, con regolamentazioni e obblighi che tutelino l’interesse generale. E’ previsto dal diritto europeo: se si agisce in regime di autorizzazione possono esserci vincoli a fare investimenti o specifici servizi. Che lo facciano dei privati non solo è decisamente meglio che ad agire sia una società pubblica, ma rende lo Stato libero di fare l’arbitro. Che credibilità ha un conflitto fra lo Stato e le Poste, o la Rai? Zero totale, visto che sono aziende dello Stato. Anzi, sarà la forza lobbistica dell’azienda a prevalere sul ruolo regolatore e controllore dello Stato. Ciò per dire che le vendite fanno bene alla cassa, ma anche al mercato e ai cittadini.

Quando si vendono immobili, invece, si deve valorizzarli evitando che, come capita spesso, siano deprezzati da inutili vincoli e perversa burocrazia. Le caserme nei contri storici, per dirne una, possono essere valori enormi, ma saranno effettivamente pagate in modo adeguato se all’acquirente si chiarisce subito cosa può o non può fare, facendo saltare le destinazioni d’uso e mantenendo i vincoli architettonici (dove ve ne sia motivo), senza abbandonarlo al terreno minato di anni passati a chiedere permessi, in attesa di piani regolatori e in costante esposizione allo smazzettamento. Ciò per dire che per vendere bene ci sono molte cose “politiche” da fare.

Se si ignorano queste bussole, va a finire come Telecom Italia: malissimo. Sicché vale la pena ribadire quanto detto all’inizio: nessuno pensi di usare questi quattrini collettivi per compensare un deficit che non si è stati capaci di controllare (o, meglio, sul quale si è mentito), o per l’Imu, o per l’Iva, o per qualsiasi altra nobilissima causa la cui traduzione sarà: maggiore spesa. Quei soldi devono andare ad abbattere il debito. La spesa, del resto, non va inseguita, ma a sua volta abbattuta.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario