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Finalmente dismissioni?

Vendere, non dopare i conti

Letta e Saccomanni annunciano vendite per 10-12 miliardi. Molto clamore mediatico, poca sostanza

di Davide Giacalone - 22 novembre 2013

Vengono annunciate le dismissioni di patrimonio pubblico e, pur facendo la tara per l’ennesimo annuncio, dovremmo gioirne. Avendole chieste con insistenza e lunga perseveranza. Invece mi fanno paura. Nella coppia Letta&Saccomanni non so chi sia il pilota e chi il navigatore, so che il primo ha messo il casco alla roverscia e il secondo ha la mappa capovolta. Fanno i disinvolti, ma vanno alla cieca. E questo fa paura.

L’Italia è una gran bella bicicletta. Perché proceda occorre che si pesti sui pedali. Un pedale è quello dei tagli alla spesa pubblica improduttiva, capaci di generare riduzioni della pressione fiscale e reperimento di risorse per impieghi che puntino all’equità. L’altro pedale è quello della vendita di patrimonio pubblico, con il quale raccogliere i soldi necessari ad abbattere il debito pubblico, in questo modo facendo scendere la spesa per interessi e la connessa pressione fiscale, ma anche i soldi con cui fare investimenti produttivi. La bicicletta va alla grande se si pesta con equilibrio e continuità, mettendoci tutta la forza possibile. Non è quel che accade.

A ottobre siamo stati i soli ad avvertire immediatamente di un abominio: la vendita di beni pubblici per coprire la spesa corrente. Era contenuta in un decreto legge, detto “manovrina”, e aveva portata limitata (500 milioni). Ora vediamo che non si riesce a chiudere la piaga dell’Imu, comunque destinata a produrre altre infezioni fiscali, perché si attende il via libera della Commissione sulla rivalutazione di Banca d’Italia. Ma si tratta di un’operazione patrimoniale, con la quale si copre un ammanco di cassa. E’ vero che il governo fa i conti sul gettito che quella ricapitalizzazione porta con sé, ma si tratta pur sempre di un’operazione sul patrimonio (di tutti).

Ora ci dicono che venderanno quote di società pubbliche, per un valore immediato di 10-12 miliardi, destinandone i proventi metà all’abbattimento del debito e metà alla ricapitalizzazione di Cassa depositi e prestiti. Tre osservazioni. 1. Vendendo solo partecipazioni, cioè quel che è più facilmente vendibile, si rende più difficile la valorizzazione del patrimonio immobiliare, mentre mettere tutto dentro una società veicolo consentirebbe di compensare i tempi e le modalità diverse. 2. Vendere si vende una volta sola, quindi agli errori non si rimedia, i proventi devono andare assai più che per il 50% ad abbattere il debito, perché è diritto degli italiani vederne subito gli effetti, con minori interessi e minori tasse. Se si va alla metà si raddoppia il tempo necessario. 3. Ricapitalizzare Cdp significa prepararsi a rifare l’Iri, ma senza la genialità di Beneduce e già pronti a comprare ciofeche, come la rete di Telecom Italia. Questo non è un modo per favorire lo sviluppo, ma per usare i soldi degli italiani al fine di salvare i responsabili da errori imprenditoriali e bancari.

Poi, magari, con una Cdp ricapitalizzata s’immagina anche di fare le dismissioni immobiliari, intestando diversamente beni che resterebbero pubblici. Forse Letta&Saccomanni credono d’essere furbi, ma non si sono accorti che il mondo che sa far di conto li ha già sbugiardati sia sul deficit, sia sul debito, sia sulle previsioni di crescita del pil, nel 2014. In altre parole: non ne hanno indovinata una. Mentre si sono accorti dell’umiliante schiaffo ricevuto dall’Italia, i cui conti sono stati bocciati in sede europea, ma pensano che si possa fare come con le crisucce di casa nostra: si sorride, si mente, si minaccia blandamente, poi si corre al Quirinale. O, forse, non credono d’essere furbi, sono solo effettivamente incapaci e ripetono a pappagallo le cose preparate dai consiglieri (buoni, quelli).

L’Italia è una gran bici, ma quei due non sono né Coppi né Bartali. Fanno doping ai conti. Vendendo in questo modo operano per mettere i traguardi al termine delle discese, incuranti di quel che accadrà in futuro. Interessa loro la fotografia a braccia alzate e l’intervista, non la sostanza. Per questo fanno paura assai più di quanto non facciano tenerezza.

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